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The World’s 50 Best Restaurants 2017: alcune considerazioni

Qualche spunto di riflessione sull’edizione di quest’anno della World’s 50 Best Restaurants e sui successi di Niko Romito

A bocce ferme le valutazioni che si possono fare sulla classifica World’s 50 Best Restaurants sono tante e interessanti.

Mezzo mondo gastronomico si è trasferito a Melbourne e questo influenzerà probabilmente il voto del prossimo anno, come altri hanno già scritto. Così è accaduto per i cuochi americani quest’anno e questo è probabilmente il punto più controverso di un meccanismo di voto che appare particolarmente volubile: la necessità della visita.

“Ma come?”, si chiederà qualcuno, “vogliamo mettere in discussione la necessità di una visita per giudicare un ristorante?”. Certo che no, è la risposta più ovvia. Eppure, se i giurati sono onesti (dichiarando di essere stati nel ristorante votato negli ultimi 18 mesi come da policy dell’Academy), ecco che la possibilità di viaggiare con frequenza diviene fondamentale. E influenzabile dagli uffici del turismo che determinano flussi sovvenzionandoli. O che, più semplicemente, la somma dei voti compatti di un singolo paese assieme a quelli aggiuntivi di un evento annuale (come nel caso di quest’anno) sono in grado di smuovere facilmente la classifica, come Ferran Adrià in passato ha dichiarato.

Dunque nessun intrigo internazionale né corruzione, piuttosto un meccanismo matematico da rivedere per consolidare la forza di una classifica a oggi così influente. Resta il fatto che è l’unica ad avere rotto un meccanismo di egemonia, francocentrica prima ed eurocentrica poi, che aveva di fatto limitato lo sguardo sulla ristorazione mondiale. Oggi sappiamo che alcune delle novità più interessanti sono posizionate un po’ in tutti gli angoli del pianeta.

Ma la novità più importante per noi è l’ingresso di Niko Romito nei cinquanta. In pochi anni infatti il nostro chef abruzzese le classifiche le ha scalate tutte, riuscendo a coronare il sogno di un grande progetto, Casadonna, che è quello di una tavola di livello mondiale ma anche di un insieme culturale che ha come punto di partenza (e di arrivo) la didattica ai suoi appassionati studenti, vera linfa di Castel di Sangro.

Romito in una decade ha scalato la Michelin, si è posizionato su tutte le guide, ha messo nero su bianco quello che voleva dire. E il “Niko pensiero” si è dimostrato vincente anche per la sua capacità di affiancare a un originale processo creativo il ripensamento delle linee di base della cucina italiana attuale.

Non è un caso se, naturalmente, nel suo menu oggi si trovano diversi piatti a base vegetale che ripensano il rapporto con le proteine e con la materia grassa non limitandosi a posizioni ideologiche. Un pensiero laico che, tra le altre cose, ha avuto il coraggio di trasformare il pane in una portata quando altri continuavano a giocare con il cestino di panini aromatizzati.

Insomma, tutto gioca a favore di un cuoco che oggi è in grado di rappresentare l’Italia con stile e capacità e può essere considerato uno dei nostri ambasciatori più forti nel mondo. Non a caso l’Oriente si sta interessando velocemente ai suoi progetti.

Photo credits © Alberto Zanetti

Cucina vintage?

Cosa sta succedendo alla nostra ristorazione, a forza di guardare avanti cercando radici e di tornare alle origini del prodotto.

Siamo nell’epoca del vintage, del ritorno al passato, della nostalgia e della rievocazione. E in cucina cosa succede? Potremmo dividere la realtà in due parti: la ristorazione e la cucina di casa. La prima vede un ritorno alla semplificazione, ai concetti (e alle parole) che richiamano la casa, il casalingo, la famiglia e la trattoria. Anche nell’alta ristorazione, in una sorta di excusatio non petita che talvolta sconfina nel ridicolo. Dall’altra parte la realtà della casa e della famiglia guarda, sì, alla tradizione, ma approccia la cucina con occhi diversi, curiosi e dinamici, con la voglia di imitare i cuochi e di portare nel piatto concetti nuovi. D’altro canto come sarebbe possibile guardare Masterchef e poi mettersi a preparare solo polpette al sugo? Continua a leggere

Mangiare da soli

6 ristoranti tra Firenze, Torino e Roma in cui mangiare senza compagnia non diventa un motivo di imbarazzo.

Chi si trova a viaggiare frequentemente per lavoro (che più che un’occasione è una vocazione) e a non farlo in gruppo si sarà spesso trovato, come succede a me, a dover organizzare cene qua e là senza poter godere di buona compagnia. Una cosa che, devo dire, detesto abbastanza perché non c’è atto più sociale e conviviale che quello di condividere un desco. Lo detesto così tanto che ho speso fortune per pagare il conto di chi mi accompagnava a fare recensioni. Ma qui non parlo del mangiare del critico bensì di quello quotidiano, di chi però deve praticarlo fuori casa e non ha il tempo di organizzare un bel nulla. Continua a leggere

Esercizio di stile

Ristoranti come musei?

Leggendo uno stimolante articolo di Antonio Preiti sull’appetibilità dei nostri musei, ho pensato ai tanti intrecci fra cultura, turismo e cibo. E, sull’onda delle polemiche di questi giorni, mi è venuto spontaneo – nella mia testa – provare a sostituire alcune parole del testo di Antonio con altre relative alla mondo della cucina. Le trovate in grassetto, il resto del testo in corsivo è tutto di Preiti. Banale “esercizio di stile” che però fa venir fuori una riflessione interessante, no..?! (Grazie Antonio! n.d.r.)

Se riduciamo la cucina a una questione corporativa, che riguarda solo ‘quelli del settore’, è la fine […] del perché debbano esistere i ristoranti. E se è vero che la sanità non è fatta per medici e infermieri, ma per i pazienti e la scuola non per gli insegnanti e i bidelli, ma per gli studenti, allora anche la cucina non è fatta per quelli che ci lavorano, ma per la comunità che ne deve trarre benefici.

Il ristorante non è la cassetta di sicurezza in cui si chiudono i piatti, ma il luogo dove si prova ad andare oltre il mondo ordinario. Le opere evocano non un tempo passato, ma evocano noi, la nostra realtà personale, e il modo come stiamo al mondo. Il ristorante è importante non per quello che contiene, ma per quel che rende possibile. E’ una conversazione con noi stessi che ci sfida a farci domande, a essere spiazzati da quel che assaggiamo, a sperimentare nuove visioni del mondo, o semplicemente, e più spesso, a ricordarci in un modo particolare, confidenziale, intimo, quanto ricca e profonda sia l’esperienza umana, e la nostra personale.

In senso collettivo i ristoranti, e ancor di più la ristorazione, ci interpellano sui nostri valori, e sulle origini delle tensioni sociali, generazionali, culturali che ci stanno intorno. È un modo di dare visione e profondità all’attualità. Vediamo i fenomeni, ma abbiamo bisogno di capirne le radici, il senso, la prospettiva. Serve proprio a questo la cucina: a capire quel che non conosciamo e a rafforzarci nel preparare le risposte. E’ energia che si spande, è un discorso che parte dai piatti, ma non si ferma ai piatti. Non è un curiosum da vedere, ma una finestra che ci porta oltre il nostro mondo.

Lo sapete che vi dico..?

Dopo uno sguardo al congresso di Madrid, una beccaccia sui Pirenei, una gita in Francia, dopo aver ascoltato tanti colleghi stranieri, una lunga chiacchierata con un amico inglese e i racconti di tanti chef…lo sapete che vi dico? Che non siamo mica messi troppo male.

E’ un po’ la storia del punto di vista, del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno, ma il comparto enogastronomico italiano osservato in un contesto europeo ne esce piuttosto bene. Tra un Adrià che chiuderà per riflettere, un Ducasse che gira il mondo pagato dal suo governo per promuovere la cucina francese come l’unica possibile (in attesa che il cadavere spagnolo passi loro davanti, o almeno così dicono i maligni) e soprattutto che racconta storie sui prodotti da salvare e sul tonno rosso che sentite oggi qui in Piemonte fanno un po’ sorridere…

I congressi e dibattiti mondiali hanno virato su temi a noi molto vicini, il prodotto e una certa filosofia della cucina italiana sono spesso al centro di interventi e cuochi di ogni dove anche quando non siamo presenti. E se è vero che la crisi c’è, è altrettanto vero che i nostri ristoranti stanno tenendo, soprattutto dove c’è qualità autentica e poca fuffa.

Probabilmente l’unico punto su cui si può (e si deve) qui da noi ragionare ancora un po’ è la formula: non esiste solo un modo di servire e proporre buona cucina e grandi prodotti. E i prossimi anni ci riserveranno sorprese in questo senso. Intanto aspettiamo l’apertura del nuovo ristorante degli Alajmo con grande curiosità. Mancano pochi giorni. Chissà che non ci riservi davvero qualche sorpresa interessante.