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Mangiare da soli – parte seconda

Suggerimenti e indirizzi per superare (e godersi) un pasto in solitaria.

Qualche mese fa avevo ragionato del mangiar fuori casa, da soli. Una condizione che comincio a conoscere parecchio bene e che, per essere piacevole e non solo il momento in cui ci si sfama, deve rispettare alcune regole precise. Iniziavo dicendo:

“Chi si trova a viaggiare frequentemente per lavoro (che più che un’occasione è una vocazione) e a non farlo in gruppo si sarà spesso trovato, come succede a me, a dover organizzare cene qua e là senza poter godere di buona compagnia. Una cosa che devo dire io detesto abbastanza perché non c’è atto più sociale e conviviale che quello di condividere un desco. Lo detesto così tanto che ho speso fortune per pagare il conto di chi mi accompagnava a fare recensioni. Ma qui non parlo del mangiare del critico bensì di quello quotidiano, di chi però deve praticarlo fuori casa e non ha il tempo di organizzare un bel nulla. Con il tempo ho capito che la scelta della tavola del viaggiatore solitario prescinde dai criteri classici di scelta di un buon locale perché le priorità sono altre. Anzitutto star bene e in pace, perché mangiare da soli presuppone una dimensione tutta da costruire, a meno che non ci si voglia limitare a svuotare i piatti. Star bene e in pace significa non avere gli occhi addosso, non essere messi in tavoli scomodi al centro della sala, se possibile confondersi con gli altri. Poi significa riuscire ad avere una buona relazione con il cameriere (o il maître o chi per lui) che non deve farti sentire inadeguato e può confortare il tuo pasto con qualche buona chiacchiera, ma senza adottarti come fossi un trovatello depresso al quale bisogna tener compagnia. E, soprattutto, non deve cercare di ingozzarti perché hai occupato un tavolo da due e mangi per uno. Evitare dunque locali romantici e da coppiette, spazi ricercati e musica di sottofondo e preferire invece ristoranti affollati e un po’ rumorosi, vissuti possibilmente da persone che sono lì per ristorarsi più che per passare un momento unico e speciale. Vanno bene le trattorie e le osterie, soprattutto quelle più semplici, perché quelle che si danno un tono sono da evitare se si mangia da soli. I ristoranti gourmet particolarmente sofisticati talvolta possono essere una buona soluzione perché chi serve sa come comportarsi, ma più spesso gli stellati medi sono luoghi del tutto inadatti a una cena solitaria perché richiedono un livello di attenzione e coinvolgimento che alla fine di una giornata di lavoro sono una vera chimera: “Fatemi mangiare in pace che già sono da solo e mi rode…”.

Ma adesso proseguo la mia lista con qualche altra buona scelta per mangiatori solitari in giro per l’Italia:

Milano
Dream Ristorante Coreano

Io non capisco molto di cucina coreana. Qui ci sono finito per caso e mi è sembrato di avere trovato un rifugio. Personale attento e garbato, capace di farti correggere l’ordinazione perché in effetti avevi ordinato troppo senza saperlo. Menu autentico, sapori netti, ingredienti di qualità e digestione facile. Prezzi bassi.

Carsoli (AQ)
L’Angolo d’Abruzzo

Questo ristorante è in grado di accogliere un po’ tutti, dal viandante al gourmet, dalla famiglia al viaggiatore singolo. Anche perché è accanto alla stazione e vicino all’uscita dell’autostrada. Dunque potrete mangiare rilassati e troverete anche una scelta molto ampia di piatti dai sapori abruzzesi. In stagione (questa) grande tartufo che però fa lievitare i prezzi già non bassissimi.

San Giorgio a Cremano
Pizzeria Fratelli Salvo

Le pizzerie sono in generale uno dei luoghi in cui un mangiatore solitario può trovare facilmente una propria dimensione. Della serie che ti perdi nel mucchio. Quella dei fratelli Salvo, però, è anche un luogo non troppo caotico in cui potrete trovare spazio e attenzione dal servizio. Non da ultimo ci si mangia una delle migliori pizze d’Italia e qui non fanno solo margherita e marinara ma la scelta è molto ampia. Fritti inclusi, perciò attenti a non esagerare. Prezzi bassi.

Venezia
La Corte Sconta

Questo è uno dei ristoranti storici di Venezia. È seminascosto in una calle del Sestiere di Castello e ci si mangia veneziano stretto. Molti gli habitué, in un’atmosfera che è piuttosto gradevole e non riporta alla Venezia turistica più sputtanata. Prenotando per tempo si trova un tavolo per viaggiatori solitari, anche perché l’ambiente, articolato e ben suddiviso, si presta. Schie con la polenta da non mancare. Prezzi veneziani, quindi altini.

Firenze
Bandini

Due sono le cose difficili da trovare nei buoni indirizzi: il tavolo disponibile last minute e le mezze porzioni. Le troverete entrambe in questa trattoria storica vicino a Porta al Prato. Le mezze porzioni vanno chieste ma non vi saranno negate. Così potrete mangiarvi un primo e mezzo secondo, come piace a me. E anche un quartino di vino sfuso. Prezzi medi.

Roma
Lo’steria

Sembra strano che nell’affollatissima zona di Ponte Milvio a Roma si possa trovare un approdo per single. Ma in effetti in questa moderna osteria si trova un’atmosfera più di servizio che modaiola. E, a pranzo, soprattutto, non è necessario prenotare. Piatti sinceri e semplici e camerieri che non insistono mai. Io consiglio la coda alla vaccinara che è una delle migliori della città. In quel caso mangerete quella e un’insalatina, che basta così. Prezzi bassi.

The World’s 50 Best Restaurants 2017: alcune considerazioni

Qualche spunto di riflessione sull’edizione di quest’anno della World’s 50 Best Restaurants e sui successi di Niko Romito

A bocce ferme le valutazioni che si possono fare sulla classifica World’s 50 Best Restaurants sono tante e interessanti.

Mezzo mondo gastronomico si è trasferito a Melbourne e questo influenzerà probabilmente il voto del prossimo anno, come altri hanno già scritto. Così è accaduto per i cuochi americani quest’anno e questo è probabilmente il punto più controverso di un meccanismo di voto che appare particolarmente volubile: la necessità della visita.

“Ma come?”, si chiederà qualcuno, “vogliamo mettere in discussione la necessità di una visita per giudicare un ristorante?”. Certo che no, è la risposta più ovvia. Eppure, se i giurati sono onesti (dichiarando di essere stati nel ristorante votato negli ultimi 18 mesi come da policy dell’Academy), ecco che la possibilità di viaggiare con frequenza diviene fondamentale. E influenzabile dagli uffici del turismo che determinano flussi sovvenzionandoli. O che, più semplicemente, la somma dei voti compatti di un singolo paese assieme a quelli aggiuntivi di un evento annuale (come nel caso di quest’anno) sono in grado di smuovere facilmente la classifica, come Ferran Adrià in passato ha dichiarato.

Dunque nessun intrigo internazionale né corruzione, piuttosto un meccanismo matematico da rivedere per consolidare la forza di una classifica a oggi così influente. Resta il fatto che è l’unica ad avere rotto un meccanismo di egemonia, francocentrica prima ed eurocentrica poi, che aveva di fatto limitato lo sguardo sulla ristorazione mondiale. Oggi sappiamo che alcune delle novità più interessanti sono posizionate un po’ in tutti gli angoli del pianeta.

Ma la novità più importante per noi è l’ingresso di Niko Romito nei cinquanta. In pochi anni infatti il nostro chef abruzzese le classifiche le ha scalate tutte, riuscendo a coronare il sogno di un grande progetto, Casadonna, che è quello di una tavola di livello mondiale ma anche di un insieme culturale che ha come punto di partenza (e di arrivo) la didattica ai suoi appassionati studenti, vera linfa di Castel di Sangro.

Romito in una decade ha scalato la Michelin, si è posizionato su tutte le guide, ha messo nero su bianco quello che voleva dire. E il “Niko pensiero” si è dimostrato vincente anche per la sua capacità di affiancare a un originale processo creativo il ripensamento delle linee di base della cucina italiana attuale.

Non è un caso se, naturalmente, nel suo menu oggi si trovano diversi piatti a base vegetale che ripensano il rapporto con le proteine e con la materia grassa non limitandosi a posizioni ideologiche. Un pensiero laico che, tra le altre cose, ha avuto il coraggio di trasformare il pane in una portata quando altri continuavano a giocare con il cestino di panini aromatizzati.

Insomma, tutto gioca a favore di un cuoco che oggi è in grado di rappresentare l’Italia con stile e capacità e può essere considerato uno dei nostri ambasciatori più forti nel mondo. Non a caso l’Oriente si sta interessando velocemente ai suoi progetti.

Photo credits © Alberto Zanetti

Cucina vintage?

Cosa sta succedendo alla nostra ristorazione, a forza di guardare avanti cercando radici e di tornare alle origini del prodotto.

Siamo nell’epoca del vintage, del ritorno al passato, della nostalgia e della rievocazione. E in cucina cosa succede? Potremmo dividere la realtà in due parti: la ristorazione e la cucina di casa. La prima vede un ritorno alla semplificazione, ai concetti (e alle parole) che richiamano la casa, il casalingo, la famiglia e la trattoria. Anche nell’alta ristorazione, in una sorta di excusatio non petita che talvolta sconfina nel ridicolo. Dall’altra parte la realtà della casa e della famiglia guarda, sì, alla tradizione, ma approccia la cucina con occhi diversi, curiosi e dinamici, con la voglia di imitare i cuochi e di portare nel piatto concetti nuovi. D’altro canto come sarebbe possibile guardare Masterchef e poi mettersi a preparare solo polpette al sugo? Continua a leggere

Mangiare da soli

6 ristoranti tra Firenze, Torino e Roma in cui mangiare senza compagnia non diventa un motivo di imbarazzo.

Chi si trova a viaggiare frequentemente per lavoro (che più che un’occasione è una vocazione) e a non farlo in gruppo si sarà spesso trovato, come succede a me, a dover organizzare cene qua e là senza poter godere di buona compagnia. Una cosa che, devo dire, detesto abbastanza perché non c’è atto più sociale e conviviale che quello di condividere un desco. Lo detesto così tanto che ho speso fortune per pagare il conto di chi mi accompagnava a fare recensioni. Ma qui non parlo del mangiare del critico bensì di quello quotidiano, di chi però deve praticarlo fuori casa e non ha il tempo di organizzare un bel nulla. Continua a leggere

Esercizio di stile

Ristoranti come musei?

Leggendo uno stimolante articolo di Antonio Preiti sull’appetibilità dei nostri musei, ho pensato ai tanti intrecci fra cultura, turismo e cibo. E, sull’onda delle polemiche di questi giorni, mi è venuto spontaneo – nella mia testa – provare a sostituire alcune parole del testo di Antonio con altre relative alla mondo della cucina. Le trovate in grassetto, il resto del testo in corsivo è tutto di Preiti. Banale “esercizio di stile” che però fa venir fuori una riflessione interessante, no..?! (Grazie Antonio! n.d.r.)

Se riduciamo la cucina a una questione corporativa, che riguarda solo ‘quelli del settore’, è la fine […] del perché debbano esistere i ristoranti. E se è vero che la sanità non è fatta per medici e infermieri, ma per i pazienti e la scuola non per gli insegnanti e i bidelli, ma per gli studenti, allora anche la cucina non è fatta per quelli che ci lavorano, ma per la comunità che ne deve trarre benefici.

Il ristorante non è la cassetta di sicurezza in cui si chiudono i piatti, ma il luogo dove si prova ad andare oltre il mondo ordinario. Le opere evocano non un tempo passato, ma evocano noi, la nostra realtà personale, e il modo come stiamo al mondo. Il ristorante è importante non per quello che contiene, ma per quel che rende possibile. E’ una conversazione con noi stessi che ci sfida a farci domande, a essere spiazzati da quel che assaggiamo, a sperimentare nuove visioni del mondo, o semplicemente, e più spesso, a ricordarci in un modo particolare, confidenziale, intimo, quanto ricca e profonda sia l’esperienza umana, e la nostra personale.

In senso collettivo i ristoranti, e ancor di più la ristorazione, ci interpellano sui nostri valori, e sulle origini delle tensioni sociali, generazionali, culturali che ci stanno intorno. È un modo di dare visione e profondità all’attualità. Vediamo i fenomeni, ma abbiamo bisogno di capirne le radici, il senso, la prospettiva. Serve proprio a questo la cucina: a capire quel che non conosciamo e a rafforzarci nel preparare le risposte. E’ energia che si spande, è un discorso che parte dai piatti, ma non si ferma ai piatti. Non è un curiosum da vedere, ma una finestra che ci porta oltre il nostro mondo.

Lo sapete che vi dico..?

Dopo uno sguardo al congresso di Madrid, una beccaccia sui Pirenei, una gita in Francia, dopo aver ascoltato tanti colleghi stranieri, una lunga chiacchierata con un amico inglese e i racconti di tanti chef…lo sapete che vi dico? Che non siamo mica messi troppo male.

E’ un po’ la storia del punto di vista, del bicchiere mezzo vuoto e mezzo pieno, ma il comparto enogastronomico italiano osservato in un contesto europeo ne esce piuttosto bene. Tra un Adrià che chiuderà per riflettere, un Ducasse che gira il mondo pagato dal suo governo per promuovere la cucina francese come l’unica possibile (in attesa che il cadavere spagnolo passi loro davanti, o almeno così dicono i maligni) e soprattutto che racconta storie sui prodotti da salvare e sul tonno rosso che sentite oggi qui in Piemonte fanno un po’ sorridere…

I congressi e dibattiti mondiali hanno virato su temi a noi molto vicini, il prodotto e una certa filosofia della cucina italiana sono spesso al centro di interventi e cuochi di ogni dove anche quando non siamo presenti. E se è vero che la crisi c’è, è altrettanto vero che i nostri ristoranti stanno tenendo, soprattutto dove c’è qualità autentica e poca fuffa.

Probabilmente l’unico punto su cui si può (e si deve) qui da noi ragionare ancora un po’ è la formula: non esiste solo un modo di servire e proporre buona cucina e grandi prodotti. E i prossimi anni ci riserveranno sorprese in questo senso. Intanto aspettiamo l’apertura del nuovo ristorante degli Alajmo con grande curiosità. Mancano pochi giorni. Chissà che non ci riservi davvero qualche sorpresa interessante.