Articoli

Romito codifica la cucina italiana e costruisce un ponte fra trattoria e alta cucina

Intervista al celebre chef sul ripensamento della cucina tradizionale.

In occasione dell’apertura del suo nuovo ristorante Bulgari a Milano abbiamo intervistato Niko Romito facendogli raccontare il suo progetto di codifica della cucina italiana e abbiamo scoperto molte cose.

Il progetto, nato due anni fa, vuole creare un modello replicabile in tutte le nuove aperture degli hotel Bulgari nel mondo. Un modello di cucina italiana, vista da me, con un protocollo chiaro e con un lavoro che parta dai grandi classici della nostra cucina. I menu sono al 90% uguali ovunque (restrizioni climatiche e religiose a parte) e quello che ho imparato dalle aperture di Pechino, Dubai e Shangai, dunque dalle risposte del pubblico nei diversi continenti, mi ha ovviamente fatto correggere il tiro su alcune cose. Il pubblico cinese, per esempio, non ha riconosciuto subito la cucina italiana nei miei piatti. Erano abituati a una proposta che si dichiarava italiana ma di fatto era basata su tecniche francesi, salse, fondi, creme, uso di grassi che non ci appartiene. Sono cose che ho riscontrato io andando nei ristoranti di riferimento per la cucina italiana a pechino: spaghetti con aragosta e panna, halibut con salsa al burro, prosciutto pata negra. Per loro ho dovuto fare un’opera di narrazione per cercare di fare capire le cose. Non ho mai modificato la filosofia del progetto ma sono intervenuto sulla scelta di alcuni piatti. E questa è la cosa grandiosa della cucina italiana: puoi fare delle scelte passando da una ricetta a un’altra, da una cucina regionale all’altra, senza stravolgere il senso di base.


Abbiamo sbagliato qualcosa nel proporre la cucina italiana fino a oggi?

Sicuramente siamo scesi a compromessi. Abbiamo rincorso modelli estetici facili da vendere. Ma oggi quei modelli non funzionano più un granché. Insomma non abbiamo avuto un gran coraggio.

Quello che bisogna fare è comprendere i clienti ma senza piegarsi a cose che con noi non c’entrano nulla. Io con l’esperienza ho capito che il cliente arabo ama i piatti di carne salsati e per loro abbiamo fatto un lavoro sull’intingolo e sulle laccature. Anche la pasta ripiena piace all’arabo mentre la pasta secca piace più al cinese. D’altro canto è comprensibile: i cinesi fanno straordinari ravioli e nella nostra cucina cercano altro. Due piatti però hanno messo d’accordo tutti: uno è l’antipasto all’italiana (composto da molti “piatti nel piatto”: vitello tonnato, baccalà mantecato, frittatina di maccheroni, verdure con la bagna cauda) e l’altro è la lasagna, il piatto in assoluto più venduto.


Su cosa è più forte la cucina italiana?

La cucina italiana è quella che riesce a dare risposte a tanti tipi di mangiare: leggerezza, salute, quotidianità, gusto, cultura regionale, esperienza. Le prime esigenze le ho imparate dal cliente di albergo, che se residente cerca un modo di mangiare completamente diverso da chi arriva da fuori per provare la mia cucina.


Ma la cucina italiana ripensata per il mondo si può vendere anche in Italia?

Avevo senz’altro paura di questo, di tutte le barriere culturali del tipo: “lo spaghetto al pomodoro di mia nonna non può competere con quello dello chef”, ma devo dirti che il pubblico nostrano ha risposto con capacità di giudizio e sta capendo che c’è molto ragionamento dietro a questi piatti. E tutti fanno complimenti alla leggerezza. Evidentemente c’è richiesta di questo. Ma la cosa buffa è che tutti dichiarano con soddisfazione è che “si vede proprio che questa è cucina tradizionale fatta con prodotti tipici”. Temo che questa presa di distanza dalla cucina gourmet segnali una sconfitta culturale per il mondo dell’alta cucina. È come una liberazione per i clienti, perlomeno qui a Milano.


E non hai avuto paura di andare in questa direzione? Non sono molti i cuochi che sono riusciti con orgoglio a interpretare la cucina tradizionale con rispetto, senza stravolgerla.

Assolutamente no, pensa alla mia verza e patate. Un piatto di chiara ispirazione tradizionale, e questa è la cucina che mi piace. Oppure la cotoletta alla milanese. Ci sono stato mesi e mesi a studiarne la ricetta e a cercare di capire come farla. Su questa cotoletta convergono il gusto tradizionale e il modo tecnico di prepararla. Questo dibattito conflittuale fra tradizione e innovazione esiste solo in Italia. È assurdo, me lo ha detto anche Nathan Mirwold, l’autore di Modernist Cuisine quando è venuto a mangiare da me. E a me non dispiace per niente essere vicino al mondo della cucina regionale.


Vuoi diventare un modello di riferimento anche per le trattorie?

Le trattorie devono essere più consapevoli di quanto la buona tecnica, usata bene, può far avanzare il loro lavoro.


Parlando del tuo modello di cucina italiana hai forse aperto una sfida al resto d’Europa con un nuovo modello italiano?

Per me questa è un’alternativa possibile. È una strada nuova perché codificando un nuovo modello di cucina italiana si può creare un progetto comune, un modello identitario unico che ci manca. Che possa creare scuola e che diventi riferimento per tanti giovani nel mondo. E la forza della cucina italiana è quella di unire la trattoria al fine dining rispondendo a tante esigenze attuali comprese quella della valorizzazione della cucina regionale e quella del rispetto della salute. Il concetto di trattoria attualizzato e con il pensiero di un cuoco italiano può conquistare il mondo anche di più di quanto non abbiamo saputo fare fino a oggi. Anche perché la gente vuole più informalità ma la sfida è fare informalità, anche nell’accoglienza, con maggiore professionalità, non con le pacche sulle spalle.

I ristoranti italiani che segneranno il 2018

Nove ristoranti (già aperti) che quest’anno saranno sulla bocca di tutti

Nel mare delle nuove aperture di ristoranti – e viene da chiedersi se tutto questo pubblico potenziale in effetti esista – ce ne sono alcune che segnano particolarmente il futuro dei modelli possibili e che influenzeranno non poco imitatori e ispirati. Parliamo di quelli già aperti, che gli altri non si sa come saranno e la griffe non basta a garanzia, ragionando di ciò che li rende punti di riferimento e perché.

Cracco, Milano
È la notizia della settimana l’apertura di Cracco in Galleria a Milano. Ma la cosa più significativa è che l’inaugurazione l’ha fatta il sindaco (non ne ricordiamo altre, a memoria, di primi cittadini così importanti) al fianco di Fabio Fazio. Roba da Vip? No, Cracco prosegue il suo cammino verso il grande pubblico, dopo la tv. Questo nuovo locale non è il nuovo ristorante top dello chef vicentino (c’è anche quello ma non è quella la novità), ma un progetto mass market originale e legato alla città, che Cracco ha voluto e finanziato in prima persona. Nulla a che vedere con le consulenze di chef che si sono già viste in giro.

Spazio, Roma
Nei prossimi giorni si ricomincerà a parlare dell’apertura di Romito al Bulgari di Milano. Ma la vera novità l’ha segnata l’apertura di Spazio Roma. Perché Spazio è una delle formule più riuscite di nuova ristorazione informale a firma di chef e l’esperienza di Milano è divenuta paradigmatica, non a caso frequentatissima dai cuochi. Un rapporto qualità prezzo e uno standard qualitativo rarissimi. Se riuscirà anche a Roma (dove c’è anche la sfida, molto difficile, di un caffè) si scriverà una nuova pagina destinata a fare storia. Anche perché l’executive chef è donna.

Gucci Osteria, Firenze
Gennaio è stato il mese delle aperture di nuove formule oltre che per Romito anche per Massimo Bottura. Ma in qualche modo l’apertura con Gucci e nel cuore di Firenze ha un valore diverso dalle altre. Perché qui la ristorazione è davvero mescolata al progetto di stile, moda e brand, non è un matrimonio posticcio fra elementi che non dialogano. Il potenziale, sul fronte del Made in Italy, è pazzesco. E anche qui al timone c’è una donna (anzi due).

SantoPalato, Roma
Dopo questi primi tre potrebbe sembrare a qualcuno improprio parlare di una semplice trattoria. Niente affatto, perché SantoPalato è uno dei ristoranti più citati e cliccati del 2017. È perché la riflessione sul fronte delle neotrattorie è quanto mai attuale e strategica per il futuro della ristorazione italiana tutta. E di questo abbiamo già parlato.

Il vecchio e il mare, Firenze
Le pizzerie spuntano come funghi. Così come cresce il ragionamento e la teoria che ci sta dietro, forse talvolta anche complicando linguaggi semplici e necessari. Questa pizzeria fiorentina non se la tira, fa numeri e non insegue scuole di pensiero: potete andarci anche se non conoscete il nome del pizzaiolo. Ma attualmente fa una delle pizze migliori d’Italia.

Al Cambio, Bologna
Perché la cucina tradizionale emiliana è di moda come non è mai stata nel mondo della ristorazione e Bologna è la capitale. E perché Pietro Pompili, sempre sopra le righe, è diventato un personaggio anche attraverso la partecipazione televisiva al programma di Borghese. Farà parlare di sé ancora molto e, soprattutto, in tanti vorranno imitarlo. È un ristorante di maître, non di chef.

Authentica a Pepe in Grani, Caiazzo (CE)
Franco Pepe non merita attenzioni solo perché è il pizzaiolo più bravo d’Italia, ma anche per aver detto “Spesso ho l’impressione che si facciano troppe chiacchiere sulla pizza”. Qui ha creato una saletta dedicata in cui otto ospiti possono condividere con lui che le prepara l’emozione di una grande pizza. È la pizzeria più piccola ed esclusiva d’Italia, e ci sono anche delle camere per pernottare. Pepe è l’unico, insomma, a poter veramente essere candidato alla stella Michelin, se mai ci sarà per una pizzeria.

Bros. Lecce
In Italia essere fuori mano può diventare una condanna ma loro ne hanno fatto una virtù. Bros è il ristorante con la squadra più giovane d’Italia, forse, e si è messo a fare innovazione in una terra segnata dalle tradizioni. Inutile dire che siano già un modello imitatissimo dai giovani pieni di progetti e speranze. Nella difficile Italia qualche volta osare paga.

Vecchia Marina, Roseto degli Abruzzi (TE)
Una vecchia trattoria di mare che sta qui da anni come può rappresentare un modello capace di influenzare? Può perché il “ristorante di pesce” è più o meno sempre lo stesso ovunque e ha un gran bisogno di evolvere. Non a caso in tanti ascoltano Gennaro e il suo patrimonio di conoscenza. Perché non è cambiando tovaglie e bicchieri che si fa la differenza, con il mare, ma sapendo scegliere e trattare la materia.

Meet in Cucina Abruzzo: energie nuove dal territorio

L’evento di Chieti invita a una riflessione sui congressi di cucina e sulla loro declinazione in chiave territoriale.

Ribaltando le prospettive legate agli eventi di cucina viene fuori un’interessante sguardo dal territorio. Non tanto sul territorio quanto dal territorio. E se i congressi di cucina in particolare, quelli in cui i cuochi sul palco spiegano i perché e i percome di una tecnica, sembrano davvero avere fatto il loro tempo, lo stesso format in chiave territoriale può assumere valori diversi. È il caso di Meet in Cucina Abruzzo, apparentemente piccolo evento simile ad altri, ma che invece dimostra quanto il portare un certo tipo di riflessione a livello locale possa generare buone energie e aiutare a fare sistema.

L’Abruzzo poi è una regione vocatissima all’alberghiero che aveva e ha bisogno di una forma di riscatto sociale e professionale con paradigmi nuovi. Un riscatto che i giovani cuochi presenti a Chieti hanno trovato nel confronto con Niko Romito, icona del progetto di successo, con il quale non erano solo fotografie e autografi ma anche ascolto e confronto.

Lo stesso dicasi per l’incontro con i tanti venuti da fuori, compresi Anthony Genovese e Valentino Marcattilii, che pur abruzzese pare non tornasse qui da decenni. L’insieme, corale, con tanti produttori al fianco dei cuochi ambasciatori, suonava bene: un’occasione d’oro per raccogliere energie ed entusiasmo e farne provvista per tutto l’anno.

Niko Romito e i gioielli della cucina italiana

Il grande chef del Reale firma un accordo con Bulgari per portare la cucina italiana in Oriente.

Si fa un gran parlare di trattorie ultimamente. “Ritorno alla trattoria, futuro della trattoria, il futuro è la trattoria…”. Il tema lo conosco bene e ne scrivo da anni, perché è un argomento centrale per la ristorazione tutta.

C’è però un altro tema, nascosto fra le pieghe dei ragionamenti sulle trattorie, che è decisamente più complesso: quello dell’identità e del futuro della cucina italiana. Un modello di cucina regionale che inevitabilmente associamo anche al luogo dove si mangia (dunque alla trattoria o all’osteria che da sempre ne è il prototipo o il paradigma), ma che invece deve potersi esprimere anche in altri contesti.

La storia ci dice però che facciamo una gran fatica a lavorarci nell’ambito dell’alta cucina. Anche se oggi il cuoco torna al modello dell’osteria, talvolta fa fatica a ribaltarne l’idea. Lo subisce e arriva quasi a scusarsi per essere stato troppo creativo, prima. Così come ha subìto per troppo tempo il complesso culturale della cucina popolare che non poteva essere alta cucina (in tanti lo subiscono ancora).

È molto difficile trovare un grande chef che abbia voglia di cimentarsi con la preparazione di un cappuccino o di un tiramisù. Capita invece spesso di sentirsi dire “qui non facciamo il banale fritto all’italiana” o che “qui vogliamo andare oltre lo spaghetto con le telline”, quando invece mezzo mondo viene da noi in cerca di questi piatti. E, diciamolo, spesso i classici li cerchiamo anche noi, ma fatti bene.

Proprio oggi viene pubblicato un interessante manifesto programmatico (mi piace più definirlo così che manifesto e basta) che racconta di un nuovo rapporto fra Niko Romito e la Bulgari, che promuoverà una cucina italiana rivista in giro per il mondo. A partire dagli hotel in Asia. Fin qui nulla di particolarmente originale: se dovessimo limitarci al titolo ne avremmo viste e sentite già.

Il punto è che invece si ragiona davvero di cucina italiana di base, di stereotipi, di piatti feticcio, di luoghi comuni. E lo si fa con orgoglio, questa è la novità. L’orgoglio di chi comprende che la semplicità della nostra cucina è parte fondante del suo successo e giustamente non ha pudore alcuno nel volerla riproporre.

“Mi affascina l’idea di creare un mio codice della grande cucina italiana contemporanea, capace di arrivare senza compromessi anche molto lontano. […] Ho un ristorante in Abruzzo: […] niente è ‘strillato’ da noi, eppure ogni cosa è potente, dai paesaggi allo zafferano, ai contrafforti dei borghi medievali. […] Non mi piace il superfluo, il complicato: il mio ideale di bellezza per intenderci è il muro a secco”. Con queste righe Romito comincia la sua dichiarazione d’intenti e poi prosegue: “Nel piatto cerco bontà, equilibrio e riconoscibilità: con ‘riconoscibilità’ intendo dire che i miei piatti arrivano diretti, senza bisogno di essere interpretati o raccontati ossessivamente. Mi interessa fare piatti puliti, leggeri, dove il gusto si stratifica e poi esplode […]. Concepisco il mio lavoro di cuoco come quello di un sarto che riesce a rendere impercettibili le cuciture così da non rovinare la morbidezza di una fodera, o come quello di un orologiaio che riesce a nascondere grandi complicazioni in una cassa sottilissima”.

E via al ragionamento su antipasto all’italiana, cocktail di scampi, tagliatelle al ragù, supplì, cotoletta alla milanese, condimenti alla cacciatora, tiramisù e bomba finale (o krapfen, per chi lo chiama così). Una vera e propria antologia di standard, di grandi classici. Che non sono rivisitati per essere ricordati, ironizzati o per dare il via a digressioni che prendono le strade più disparate. No, sono esaminati, ragionati e riproposti con espedienti tecnici che ne possano restituire l’essenza, il gusto totale. Perché di gusto sono pieni e non è necessario ripensarli.

Ovviamente tutto questo si fonda anche su un forte ragionamento sul protocollo e su stile, servizio, modo di proporre. Perché la cucina italiana è anche questo. E la rivoluzione del ragionamento di Niko sta nel considerarla per una volta come entità unica e nazionale, con orgoglio, perché c’è bisogno anche di questo e non soltanto di regionalità frammentanta. Soprattutto se vogliamo ragionare di quali possono essere gli elementi strutturali di questa identità della nuova cucina italiana. Che non è soltanto la cucina fatta da italiani. A proposito (e lo dico oggi non a caso) mi dispiace solo un po’ che tutto questo lo faccia un marchio, Bulgari, che italiano è oramai nel nome e non nella proprietà. Ma tant’è.

Niko Romito tra i finalisti del Basque con “Intelligenza Nutrizionale”

Il grande chef del Reale tra i dieci finalisti del Basque Culinary World Prize 2017.

 

Che Niko Romito sia arrivato in finale al premio del Basque Culinary Center, cioè una delle istituzioni gastronomiche più interessanti e influenti al mondo, è una notizia importante.

Non lo è solo perché si tratta di un premio a un nostro grande chef: i premi ultimamente sono tanti e spesso lasciano il tempo che trovano. E neanche solo perché il progetto “Intelligenza Nutrizionale” vede applicare l’intelligenza (anche quella affettiva in questo caso, direbbe Carlo Petrini) di uno dei nostri cuochi più sensibili a una tematica delicata e importante come quella della cucina negli ospedali. E dunque a qualcosa che va ben al di là del buon cibo, ma che investe tematiche complesse come il piacere e la qualità del tempo all’interno della sofferenza.

No, il riconoscimento a Niko Romito segna un altro piccolo grande tassello nel ruolo politico che sta cominciando a giocare la cucina italiana contemporanea in ambito globale. Il territorio basco e il relativo premio sono da tempo appannaggio di un mondo centrato sulla Spagna e sulle Americhe che vede l’Europa abbastanza tagliata fuori. Così come la geopolitica gastronomica ha considerato relativamente poco quello che accadeva in ambito italiano rispetto alle grandi scelte del mondo.

Basti guardare i 50 Best. E Massimo Bottura è stato a lungo l’unico soggetto capace di rappresentare contenuti, progetti e leadership nostrani, cosa che sa fare come nessun altro. Negli ultimi mesi però, nonostante il suo basso profilo e uno stile poco rumoroso, la figura di Niko è venuta fuori prepotentemente. Ed è venuta fuori come l’altra personalità capace di presentare e rappresentare contenuti e intelligenze italiane in ambito gastronomico nel mondo.

È qualcosa di incredibilmente nuovo, che dimostra quanto siano le persone a fare la differenza e quanto sia importante la figura del cuoco come ambasciatore, mente, interprete del mondo della cucina. Qualcosa di antitetico allo stereotipo abusato dello spadellatore che si continua ad agitare, ma che fortunatamente è invece sempre più solo uno spettro.

Queste le parole di Niko:

“Sono veramente felice di essere tra i 10 finalisti del Basque Culinary World Prize 2017. È una grande soddisfazione per me e per la grande squadra che mi ha accompagnato in questo affascinante percorso. IN – Intelligenza Nutrizionale è un progetto rivoluzionario, che nasce per migliorare la ristorazione ospedaliera e per ricollocare il cibo al centro del percorso di cura. È un format che innova in maniera dirompente la scienza dell’alimentazione e può essere applicato all’intera catena della ristorazione collettiva, con un impatto sociale importante. Mi gratifica e mi lusinga che una giuria composta da grandi esperti della ristorazione mondiale abbia apprezzato e compreso il valore di questo progetto.”

Photo credits: © Francesco Fioramonti.

 

The World’s 50 Best Restaurants 2017: alcune considerazioni

Qualche spunto di riflessione sull’edizione di quest’anno della World’s 50 Best Restaurants e sui successi di Niko Romito

A bocce ferme le valutazioni che si possono fare sulla classifica World’s 50 Best Restaurants sono tante e interessanti.

Mezzo mondo gastronomico si è trasferito a Melbourne e questo influenzerà probabilmente il voto del prossimo anno, come altri hanno già scritto. Così è accaduto per i cuochi americani quest’anno e questo è probabilmente il punto più controverso di un meccanismo di voto che appare particolarmente volubile: la necessità della visita.

“Ma come?”, si chiederà qualcuno, “vogliamo mettere in discussione la necessità di una visita per giudicare un ristorante?”. Certo che no, è la risposta più ovvia. Eppure, se i giurati sono onesti (dichiarando di essere stati nel ristorante votato negli ultimi 18 mesi come da policy dell’Academy), ecco che la possibilità di viaggiare con frequenza diviene fondamentale. E influenzabile dagli uffici del turismo che determinano flussi sovvenzionandoli. O che, più semplicemente, la somma dei voti compatti di un singolo paese assieme a quelli aggiuntivi di un evento annuale (come nel caso di quest’anno) sono in grado di smuovere facilmente la classifica, come Ferran Adrià in passato ha dichiarato.

Dunque nessun intrigo internazionale né corruzione, piuttosto un meccanismo matematico da rivedere per consolidare la forza di una classifica a oggi così influente. Resta il fatto che è l’unica ad avere rotto un meccanismo di egemonia, francocentrica prima ed eurocentrica poi, che aveva di fatto limitato lo sguardo sulla ristorazione mondiale. Oggi sappiamo che alcune delle novità più interessanti sono posizionate un po’ in tutti gli angoli del pianeta.

Ma la novità più importante per noi è l’ingresso di Niko Romito nei cinquanta. In pochi anni infatti il nostro chef abruzzese le classifiche le ha scalate tutte, riuscendo a coronare il sogno di un grande progetto, Casadonna, che è quello di una tavola di livello mondiale ma anche di un insieme culturale che ha come punto di partenza (e di arrivo) la didattica ai suoi appassionati studenti, vera linfa di Castel di Sangro.

Romito in una decade ha scalato la Michelin, si è posizionato su tutte le guide, ha messo nero su bianco quello che voleva dire. E il “Niko pensiero” si è dimostrato vincente anche per la sua capacità di affiancare a un originale processo creativo il ripensamento delle linee di base della cucina italiana attuale.

Non è un caso se, naturalmente, nel suo menu oggi si trovano diversi piatti a base vegetale che ripensano il rapporto con le proteine e con la materia grassa non limitandosi a posizioni ideologiche. Un pensiero laico che, tra le altre cose, ha avuto il coraggio di trasformare il pane in una portata quando altri continuavano a giocare con il cestino di panini aromatizzati.

Insomma, tutto gioca a favore di un cuoco che oggi è in grado di rappresentare l’Italia con stile e capacità e può essere considerato uno dei nostri ambasciatori più forti nel mondo. Non a caso l’Oriente si sta interessando velocemente ai suoi progetti.

Photo credits © Alberto Zanetti

Gelinaz Shuffle 2, dentro al Reale

Il cuoco giapponese Yoshihiro Narisawa ha vestito i panni di Niko Romito per una settimana: ecco com'è andata a Castel di Sangro.

Per capire meglio il perché oggi il mestiere del cuoco affascini tanto i giovani in cerca di emozioni forti, bisognava passare un paio di giorni nelle cucine di Gelinaz Shuffle*, ovvero di uno scambio di identità per quaranta cuochi di tutto il mondo che lasciano i propri fornelli (ma anche i letti) ad un collega che li sostituisce al lavoro per quasi una settimana mentre, a loro volta, essi stessi lo fanno da un’altra parte. Un vero e proprio shuffle che ha il suo culmine in una cena nella quale il guest deve costruire un menu a libera interpretazione della cucina della casa che lo ospita. Nessuno dei commensali, fino al momento dell’aperitivo, conosce il nome dello chef che cucinerà per loro. Continua a leggere

Identità Golose 2015

A Milano dall'8 al 10 febbraio ci sarà anche Piattoforte, con qualche sorpresa.

Si avvicina la data di apertura di Identità Golose, domenica prossima e, come di consueto, il mondo del cibo si riorganizza. C’è un prima e un dopo quello che è divenuto il più importante congresso di cucina nostrano e probabilmente il più importante d’Europa. Tutti si preparano e progettano, in funzione dei primi di febbraio, un po’ come gli scolari al rientro, o i buoni propositi che facciamo in autunno, per l’anno che verrà. Noi di Piattoforte a Milano ci saremo e abbiamo già una scaletta serrata, per il 2015, fatta di cose concrete e significative novità.

La prima è che, proprio perché vediamo carta e rete come due sistemi integrati e non come piattaforme in concorrenza, presenteremo i nostri primi due libri! Fanno parte di una vera e propria collana: i Contorni di Piattoforte, che vuole essere un’occasione di approfondimento sui temi più importanti del mondo del cibo e del vino. Libri economici e di facile lettura, autori di altissimo livello e scrittura di qualità. Non a caso cominciamo da Fabio Rizzari, con le sue “Parole del vino” e da Niko Romito con “Dieci lezioni di cucina”. Un titolo un programma, o forse una sorta di “manifesto”, quest’ultimo, sul quale non sveliamo ancora nulla perché lo farà proprio Niko Romito sul palco del congresso, lunedì 9 alle 14.10.

Ma dei Contorni di Piattoforte parleremo più approfonditamente in un post sul sito. Tornando al congresso, poco prima di Niko, alle 11, Pino Cuttaia racconterà del suo successo “Per le scale di Sicilia”, titolo quasi esaurito in tre mesi, stampato con noi per Giunti Editore. Martedì 10, infine, sarà la volta di “Susci più che mai” con Moreno Cedroni e Cinzia Benzi, alle 14 presso lo stand Vino Libero. Ma noi saremo al Congresso già da domenica mattina, con stand, libri e redazione in forze, pronti ad incontrarvi per farvi vedere più da vicino i nostri progetti. E saremo al fianco di Enrico Crippa, in auditorium, a partire dalle 11.

Infine consentiteci un piccolo ricordo: proprio la prossima settimana “SBo”, alias Stefano Bonilli, scomparso la scorsa estate, avrebbe compiuto 70 anni. Molti di noi, qui in redazione, hanno fatto un pezzo di strada con lui e sono di fatto suoi allievi. Allievi di una grande scuola laica, che porta avanti in redazioni e testate, in giro per l’Italia, uno stile definito. Anche Piattoforte nasce da un suo progetto originario, che noi cerchiamo di far evolvere nel migliore dei modi. Permetteteci di dedicare i nostri buoni propositi di quest’anno proprio a Sbo.

Photo Credits: identitagolose.it

Tavole Accademiche

(sono più di due mesi che non scrivo su questo blog. ma ho sempre preso il blog come un diario personale e come tale a volte non si ha voglia di scrivere. in tanti mi fanno notare che qualcosa debbo scrivere ma a volte proprio non riesco. mi scuso qui con le centinaia di persone che, nonostante tutto, ogni giorno aprono la pagina per controllare.)

In chiusura 2012 c’è stato l’annuncio di una bella novità: le Tavole Accademiche. La notizia non ha avuto forse tutta l’eco che meritava (prima pagina de la Repubblica a parte) ma contiene in sé molte delle riflessioni che mi hanno accompagnato per quest’anno difficile. Continua a leggere