Settimane del Gusto 2011 (la vendetta)

L’anno scorso mi sono molto divertito a riprendere le fila di un evento che tanto aveva contato nel mio percorso: le Settimane del Gusto. Ovvero la possibilità per un giovane sotto i 25anni di conoscere ed esplorare tavole ambite e rinomate grazie alla proposta di un menu speciale a prezzo contenuto da parte dei ristoratori. Quello che ne era uscito fuori -per me e per molti- all’inizio degli anni ’90 era stato un modo per scoprire ed elaborare contenuti nuovi, non solo per andare in un grande ristorante pagando meno. Tant’è che probabilmente quel passaggio è stato uno dei fondamentali per poter poi decidere un giorno di dedicarsi davvero a questo settore.

Quest’anno le Settimane del Gusto, da domani al 16 di maggio, camminano con i propri piedi. Quelli di un gruppo di studenti dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo che ne hanno preso le redini organizzando la nuova edizione. Che si caratterizza peraltro dal percorso tematico denominato “Oltre il Piatto“: aperitivi a tema con lo chef, pranzi e cene direttamente in cucina, visite tematiche e molto altro ancora. Della serie: se aderite cercate di entrare in contatto davvero con questi ragazzi, possono essere una grande risorsa per voi e voi per loro.

Alcune di queste esperienze saranno poi oggetto di lavoro, di racconto, di ragionamento su nuovi modelli e modalità narrative che un giovane (vero) può scegliere per raccontare quello che ha vissuto. E come vede lui questo mondo. Magari ne scopriremo delle belle.

Per intanto dedico le Settimane di quest’anno a quei ristoratori che non hanno aderito perché non se la sono sentita di abbassare troppo il prezzo. “Sapete in fondo da noi si spendono anche 300euro e quindi….”. In bocca al lupo!

Non ci tornerei

E’ un locale a suo modo famoso. Me ne avevano parlato in tanti, in particolar modo un amico fidato. E quella sera dovevo vedermi a metà strada con amici di Milano: la Vineria Derthona era perfetta. I colli tortonesi -merito anche di Walter Massa– mi sono entrati nel cuore e quindi a Tortona ci andavo volentieri. E invece è andata male.

Un piatto di tagliatelle pallide che in realtà sembravano una chitarrina e che erano decisamente poco cotte. E soprattutto un piatto di frattaglie in cui il rognone non aveva un buon odore. Ma proprio per niente. E con tutta la buona volontà del caso non siamo riusciti a finirlo. Cosa è cambiato? Non so. Quello che però mi è abbastanza evidente è che questo modello di “vineria con cucina”, dall’accoglienza calorosa e dagli arredi confortanti e colorati (dominati dalle bottiglie) appartiene a un’epoca che fu. Quella in cui -probabilmente- la qualità complessiva del locale e i tanti “plus” contavano più della cucina in senso stretto. Solo che qui in Piemonte la ristorazione è andata avanti anni luce, anche nelle sue espressioni più semplici. E un piatto cotto male o maleodorante non lo si riesce a tollerare. Peccato, perché la Vineria è un posto davvero accogliente e a buon mercato: si mangia e si beve bene con 30euro.

La parità lontana

Non l’ho mai fatto ma oggi scrivo due parole sull’8 marzo. Visto che Napolitano giustamente parla di parità lontana. Per quelli che pensano che non sia vero riporto questo breve (quanto agghiacciante) scambio ascoltato ieri sera a Roma, al tavolo accanto al mio. Purtroppo è autentico:

Lei: “amore, basta con le salse, ti fanno male…”

Lui: “basta con le salse? E che io a casa ti dico basta con i detersivi..?”

i figli, per fortuna, erano atterriti


(immagine “rielaborata” da Bob Noto)

(con tante scuse ad Altan)

Il ristorante ideale

Non so quante volte mi sono sentito chiedere quale fosse “il miglior ristorante di…“. Ma più passa il tempo e più penso che il ristorante ideale sia il luogo che riesce a soddisfare meglio le aspettative. Ci pensavo qualche giorno fa, leggendo un articolo in cui si parlava di gourmet indulgenti rispetto alle possibilità di crescita di un locale. E mi domandavo: ma perché mai, anche se un locale ha margini di crescita, non può già soddisfarmi in toto? E se quel locale avesse deciso di non crescere? Di rimanere buona e affidabile trattoria? Per questo dovrei dire che “si, è buono, però…” ?

No, la convinzione che mi sono fatto è che no. Altrimenti tutti dovrebbero tendere verso la stessa direzione. E non può essere così. Anche per questo la gita a Mondovì di ieri sera è stata illuminante. Perché un posto semplice ma piacevole come Ezzelino, qui e per me ha un valore particolare. Il valore di essere a Mondovì (borgo meraviglioso da scoprire), quello di avere gestione (e parete) coloratissima, di offrire cucina fantasiosa in terra conservatrice, di costare poco e divertire. La gestione è quella di Antonio Ietto, ex dell’Antica Osteria del Ponte detta La Cassinetta, lecchese trasformato in monregalese. E i piatti vanno dalla brandade façon Eziò ad un collo di fassone brasato e all’ananas sciroppato a crudo.

Ah, sì, ci sono margini di crescita e alcuni dettagli potrebbero essere migliori. Ma sembra proprio che il ristorante (e il suo titolare) vogliano restare quello che sono e io -francamente- sono proprio contento della cosa.

Ho mangiato male

Mi dispiace proprio un po’. Perché è stato uno dei miei luoghi del cuore, e perché considerato un baluardo della ristorazione cittadina a Roma. Ma sabato sera a La Campana ho mangiato male.

La Campana, probabilmente uno dei ristoranti più antichi di Roma, è una trattoria vecchio stampo dalla clientela abituale, a due passi da piazza Navona. Cucina schietta, fondamentalmente tradizionale, ambiente rumoroso, apparecchiatura decente e prezzi giusti. Ci sono tornato con la speranza di recensirlo per Osterie d’Italia 2012 ma non si può fare. Non sono l’unico ad aver tollerato qualche forzatura, negli ultimi anni, come la presenza della vignarola (piatto stagionale per antonomasia) dall’estate all’inverno, senza interruzioni. Ma le buone animelle ai ferri e la mitica torta di mele nel forno (le foto sul sito la ritraggono) facevano perdonare tutto.

Però stavolta i carciofi fritti unti e dall’odore poco piacevole e le mezze maniche che arrivano fumanti esattamente 120 secondi dopo l’ordine (con evidenti conseguenze sul tipo di consistenza della pasta) hanno rovinato tutto.

Peccato, perché il sugo di coda alla vaccinara non era niente male…

Ristorante La Campana

vicolo della Campana, 18

00186 Roma

tel. 066875273

prezzo medio: 40euro (vini esclusi)

Enrico Crippa e Pierre Gagnaire

Non è nata una partnership. È solo una roba che mi ronza per la testa. Lo avevo detto che forse avrei scritto della mia cena da Gagnaire. Anche perché da Gagnaire dodici anni fa o forse più io ho fatto una delle migliori cinque cene della mia vita. Stavolta no.
E siccome mi è capitato invece di andare da Crippa più volte in poche settimane (ma che bello tornare e ritornare nello stesso luogo e scoprirlo meglio…n.d.r.) il confronto nasce spontaneo. Già perché da Crippa si mangia in modo divino, sublime, si provano sensazioni e si raggiungono equilibri mai visti prima. Si gioca con una cucina sensibile e colta, evocativa di forme e colori che ci circondano. Esattamente come a me sembrava la cucina di Gagnaire qualche anno fa.

Ma le cose son cambiate. O forse non lo sono abbastanza. Già, perché in rue Balzac il rito è sempre lo stesso. I piatti fatti di mille “sottopiattini” che costituiscono un percorso senza nè capo nè coda. Il servizio professionale ma legato a schemi e rigori superati. E apparentemente poco allineato con lo stile di cucina. Tutto corretto ma manca un po’ d’anima e di colore. Forse proprio quelli di Pierre, in tutt’altre faccende affaccendato. È un po’ come la parodia del ristorante che fu. Ma i prezzi sono sempre gli stessi: 114euro per il piatto più economico, 165 per il più caro, 49 per i dolci. 265 il degustazione.

Ho come un’intuizione: i ristoranti così avranno vita breve…

Guide sì, guide no

Mi soffermo su Torino non solo perché ci vivo ma anche perché di guide relative a questa città non se ne trovano ancora molte. E comunque perché vale la pena di guardarle bene, le guide, sfogliarle e possibilmente leggerle, prima di comprarle.

E’ il caso di queste due. La prima, la “Guida 150” di Cavallitto, La Macchia e Iaccarino è a tutti gli effetti un libricino da non perdere. E non solo perché c’è una selezione davvero ben fatta di locali torinesi (ma quest’anno anche se piemontesi) ma soprattutto perché leggerla è un piacere. Lo stile della casa, infatti, è infatti quello di una narrazione colorita e piena di spunti, immaginifica e spesso ironica, come poche guide (anche a valenza internazionale) riescono ad essere. Si è capito che mi piace, motivo per il quale perdono agli autori 😉 la scelta di classificare i ristoranti torinesi e non quelli piemontesi.

La seconda parte da una gran bella idea, peraltro già vista in diverse altre edizioni cittadine (Roma e Milano su tutte). Che è un po’ quella della Zagat, a cui “Il Mangelo” somiglia davvero tanto. Peccato poi che le pagine negli indici non corrispondano a quelle vere, che “il miglior giapponese” nella classifica delle pagine iniziali sia poi un locale classificato con 5 (su 10) all’interno (mentre gli altri giapponesi con punteggi migliori, n.d.r.), che la selezione di locali sia davvero poco selettiva, che nelle pagine finali siano citati locali del gruppo Autogrill (sponsor) presenti su autostrade e negli aeroporti. E che i voti di questi ultimi siano decisamente altini. Per la precisione c’è solo una insufficienza, a differenza delle decine e decine presenti nelle pagine precedenti. Sic!

Le ferie dei cretini

Anche quest’anno (anzi forse quest’anno peggio) le ferie sono state fatte in agosto. O per meglio dire a partire dalla seconda settimana di agosto. Anzi, la maggior parte sono nella seconda metà del mese. Tutti hanno tirato avanti il più possibile (chiudere l’attività il più vicino possibile al Ferragosto è l’obiettivo: fa più figo andare in ferie quando vanno gli altri) con il risultato che adesso c’è persino qualcuno che riapre intorno al 10 settembre. Un’Italia come quella disegnata nel bel film di Virzì di qualche anno fa. Le ferie dei cretini, insomma.

Retaggio di un paese industriale che chiudeva i battenti in queste settimane, le ferie in agosto, nel 2010, non hanno più senso. E non solo perché -unici al mondo forse insieme alla Spagna- non possiamo cessare tutte le attività nello stesso mese, impedendo di fatto il lavoro a chi rimane attivo. Ma soprattutto per motivi climatici!

Abbiamo passato un luglio (e non solo quest’anno) torrido in città e adesso buona parte di chi è in vacanza si è preso piogge e temperature vicine ai 18 gradi. Anche al mare. Per non parlare del fatto che al Nord Italia è quasi autunno già da prima del 15 agosto e che qualche giorno fa alcune cime erano innevate. Però le ferie si fanno adesso. Tenacemente. Nessuno ha il coraggio di dire e scrivere che è una grandissima cazzata (o piciutà, che dir si voglia). Forse se lo si cominciasse a dichiarare con un po’ di coraggio si potrebbe cominciare a percorrere nuove strade. Più intelligenti.

p.s.: da romano chiedo ai romani da astenersi da commenti del tipo “ma qui fa caldo” oppure “ma io sono stato in costiera ed era bello” dimenticandosi che il mondo non finisce con il Grande Raccordo Anulare…

Prezzi

Qualche giorno fa ho parlato con un ristoratore emiliano i cui prezzi risultavano un po’ “al limite” dei confini che ci siamo dati per la guida Osterie di Slow Food a cui stiamo lavorando. Lui mi ha fatto notare che i suoi prezzi sono gli stessi da cinque anni. A questo punto -ovviamente- ci sarà da capire se i conti che non tornano sono i nostri o i suoi ma questo è poco importante e lo vederemo a fine guida. E ad ogni modo stiamo parlando di prezzi da guida Osterie d’Italia, quindi ben più bassi della media.

Quello che mi ha colpito però è che i prezzi bloccati da cinque anni sono una notizia sensazionale. Una cosa incredibile. Se paragonata con la tendenza di molti altri ristoratori di qualità.

Poi ho parlato con mio padre e gli ho chiesto quanto avesse pagato cinque anni fa (l’unica volta in cui c’è stato) per andare a mangiare in un ristorante che piace molto ad entrambi. Mi ha risposto 50euro. Sono andato a vedere il menu che ho preso l’ultima volta -in dicembre ’09- e gli euro sono diventati 100. Poi ho letto la newsletter di Marchi e la lettera del ristoratore che ce l’ha con l’assessore. Dibattito interessante.

E allora ho cominciato a fare mente locale sui prezzi degli ultimi anni, ho preso le guide in mano e le ho rilette, e ho scoperto che i rincari degli ultimi cinque anni vanno da un minimo del 40 al 120%. Questo perlomeno per i locali di successo. E ce n’è anche qualcuno che in quindici anni ha aumentato i prezzi del 500%. Ma va bene, lì c’è l’euro. E allora fa soltanto il 250%

Secondo me stiamo impazzendo e se continuiamo finiremo contro un muro. Altro che crisi.

Corrida

In questi giorni si parla della vittoria degli animalisti per l’abolizione della corrida in Catalogna. Per legge. Peccato (o forse no) che si tratti invece di una vittoria dei nazionalisti catalani. Cosa che qui da noi nessuno scrive. Catalanisti che desiderano solo smarcarsi da Madrid e dallo stato centrale e che vedono nell’abolizione di un’icona castigliana e andalusa un passo ulteriore. Degli animali non gliene frega granché: fosse stata una tradizione locale l’avrebbero difesa coi denti.

La cosa più interessante però è che -considerato che qui in Italia si fa un gran parlare di federalismo- nessun media commenti mai quello che accade a Barcellona. Dove, in una terra a pochi chilometri dai nostri confini e che noi italiani frequentiamo moltissimo, negli ultimi anni si è sviluppato un sentimento identitario fortissimo dai risvolti politici quantomento da studiare, anche perché il 70% del parlamento catalano si rifà a concetti riconducibili a identità e secessione. Ma nessuno qui ne scrive o ne ha scritto, come invece si fa del Barça. Quasi nessuno ha scritto, per esempio, che un milione e mezzo di persone ha manifestato il 10 luglio scorso (il giorno prima della finale dei mondiali!) al grido di “puta Espana!”. E se il giorno dopo una (piccola) parte di questi ha festeggiato, lo ha fatto gridando “il Barça ha vinto i mondiali” rivendicando sette giocatori su undici. Ridicolo o no è un dato di fatto, ma di questo qua non si parla.

E molti italiani continuano, soprattutto in estate, ad atterrare a Barcellona con la camicia a fiori, gli occhiali da sole, gridando “Olé”, in cerca di paella, nacchere e flamenco. Un po’ come se qualcuno cercasse una tarantella a Bolzano.