Ristorazione: scoppia la bolla?

C’è chi si lascia trascinare dall’entusiasmo e chi non riesce a sopravvivere dopo l’estate, ma chi ha davvero presente come sono cambiate le richieste dei consumatori?

Si sta per concludere una stagione turistica come non se ne vedevano da anni in Italia. Pienone quasi ovunque, complici anche il gran caldo e il bel tempo, tanti nuovi turisti e relative consumazioni. Il commento medio dal mondo della ristorazione è che siamo finalmente tornati ai livelli di dieci anni fa, ma il rischio vero è che ci si faccia prendere da un eccessivo entusiasmo.

A ben guardare ci sono alcuni fenomeni non sempre positivi: le chiusure dei locali aumentano, anche dopo solo qualche mese dall’apertura. Sono aumentati gli investimenti, soprattutto da parte dei grandi gruppi (si vede anche dai format internazionali che dilagano, stile hamburgeria chic e lobster bar), che ovviamente frenano le perdite quando non c’è guadagno. Quindi per loro aprire e chiudere è la norma se non si fattura. Però poi rimane terra bruciata, investimenti persi, affitti aumentati. E i giovani in cerca di spazi per la propria impresa trovano ostacoli insormontabili. O trovano solo gli avanzi.

Peraltro molti locali che hanno lavorato questa estate chiuderanno a breve, perché solo stagionali. Basta chiedere in Versilia o in Romagna: si lavora di più solo in luglio e in agosto e qualcos’altro qua e là. Insomma, la stagione si è ridotta a soli tre mesi in cui bisogna cercare di prendere più possibile. Tutto fa brodo.

In questo quadro però c’è un fenomeno ancora più complesso, che va analizzato con attenzione: l’abbassamento dello scontrino medio, della spesa pro capite al ristorante. Un fenomeno che è irreversibile ed è legato a un aumento dell’offerta, delle occasioni di consumo e a un allargamento della platea. Tutte cose auspicate ma che dimostrano che non c’è un vasto pubblico “gourmet” altospendente. E il nuovo pubblico pretende qualità, ha voglia di frequentare locali di livello ma non può spendere qualsiasi cifra.

Il mondo della ristorazione sarà capace di passare indenne da questa fase complessa riuscendo a dare qualità al giusto prezzo? O piuttosto assisteremo allo scoppio di una bolla speculativa? Lo vedremo adesso, al rientro dalla stagione e nei mesi a venire.

Ancora sui menu: degustazione o à la carte?

Sempre più spesso la proposta dello chef “fa paura” ed è preferibile ordinare à la carte.

Qualche giorno fa su queste pagine si è già parlato di menu. Lo ha fatto Tokyo Cervigni in un articolo appassionato in cui si sottolineava la corrispondenza tra gli ego smisurati di alcuni cuochi e l’insensatezza di menu costruiti sulla semplice giustapposizione di piatti. Qualcosa che assomiglia molto più a un catalogo che non a un percorso, perché un menu è sempre un percorso. Il problema è che molto spesso i percorsi sono inventati di sana pianta ed esistono più nella mente dello chef che non per il palato di chi siede a tavola.

Non è un caso se anche Paolo Lopriore ritorna su questi stessi temi nell’editoriale del numero 18 di Cook_inc. Il tema mi è molto caro e ne ho scritto più volte, a partire da un editoriale che fece discutere, intitolato: “Contro il menu degustazione”. Era più di dieci anni fa, sul mio blog “In Punta di Forchetta” al Gambero Rosso e non ne conservo purtroppo copia. Il sequel fu nel 2009 e poi ancora nel 2013.

Ora la cosa sta diventando tema di acceso dibattito e molti ristoratori sono costretti a ragionarci su o a fare marcia indietro. La ragione è semplice: stanno aumentando le occasioni per andare al ristorante e non si può sempre avere voglia di fare il pranzo della domenica. Né di mettersi nelle mani (spesso confuse) del cuoco. Che raramente s’ispira allo slogan “Less is more”.

Perciò cominciano a sparire i menu e si ritorna alla scelta à la carte e alla libertà del commensale. Che vuole mangiare bene ma anche poter scegliere. Peraltro i grandi chef sanno bene che i temuti critici della Guida Rossa osservano (scelgono e testano) attentamente i piatti della carta prima ancora di quelli dei menu.

Diciamo che l’esclusiva proposta di menu senza una carta in alternativa è qualcosa che si possono permettere davvero in pochi. E proprio in questi giorni mi è capitato di sentire fior di forchette affermare con convinzione: “Hai scelto la proposta dello chef? Ma sei impazzito…?!”.

Turismo? Vedi la formula Pietrasanta

La piccola Atene della Versilia come esempio di turismo che funziona grazie a un’offerta di servizi d’eccellenza.

È ancora poco chiaro, in Italia, quanto il turismo che funziona viaggi di pari passo con una buona offerta di servizi. È ancora frequente sentire le affermazioni stupite di chi non comprende perché i numeri del nostro turismo soffrano rispetto a quelli di paesi concorrenti spesso meno affascinanti del nostro.

Ci sono luoghi che fortunatamente sfuggono alle generalizzazioni sulla qualità della nostra proposta e segnalano le grandi possibilità che l’Italia possiede quando sa giocare bene le sue carte. È il caso di Pietrasanta (LU), cittadina nota a molti ma non a tutti, che riesce a mettere insieme gli ingredienti giusti per vincere la partita. A partire, ovviamente, dalla bellezza del luogo che unisce un borgo storico nell’entroterra (a soli 4 km dal mare, però) a una Marina con un’eccellente offerta di stabilimenti balneari ben attrezzati.

Ma sono i dettagli a fare la differenza e Pietrasanta è un riuscito mix di orgoglio e senso civico locali e alta presenza turistica qualificata. Una presenza che gode dei percorsi riservati alle biciclette (che permettono di spostarsi praticamente ovunque), dell’offerta commerciale non banale del centro storico, delle decine di gallerie d’arte ed esposizioni relative. Di una rilevante proposta ristorativa per tutti i gusti e le tasche, che non si perde in mode e tendenze. Perché Pietrasanta non insegue, semmai si fa inseguire.

Qualche esempio? Senza spostarsi dal centro: La brigata di Filippo, ex trattoria Da Filippo ora affiancata da un gemello più modaiolo, “Filippo”, sempre in via Stagi, o la storica Enoteca Marcucci, forte di una scelta vastissima di etichette. Un altro indirizzo da segnalare, più verso la costa, è Apogeo, un’ottima pizzeria con originali proposte gourmet.

Accanto a tutto questo l’eccellente organizzazione comunale dedicata ai più piccoli, che permette alle famiglie di fruire, presso il parco della Versiliana, di una proposta di intrattenimento di qualità (biblioteche ed educatori locali in prima fila) dedicata ai più piccini. Se poi si unisce al tutto una gestione attenta del ciclo dei rifiuti, una rete stradale ben tenuta e una discreta comunicazione relativa all’offerta disponibile, ecco che il pacchetto è completo e quest’anno i turisti soddisfatti sono numerosi. Turisti in buona parte internazionali, peraltro.

È grazie all’insieme dei servizi che la vacanza diviene serena. Così si riesce poi a perdersi nell’offerta culturale, a godere di atmosfere, arte e buon cibo. E seduti a uno dei tavolini della bella Piazza Duomo si capisce che la cittadina un po’ ti ha stregato e sei riuscito a entrare nel suo modo di pensare, nella sua identità. Che, nonostante la posizione, con la Versilia ha poco a che fare perché Pietrasanta è tutta un’altra storia.

 

Rodotà, il gastronomo

Docente, giurista e uomo politico, non tutti sanno che il Professore possedeva anche una passione sincera e autentica per il cibo e la grande cucina.

Potrebbe risultare fuori luogo parlare della figura di Stefano Rodotà in chiave gastronomica. A fronte del suo valore come docente, giurista e uomo politico, l’idea di un uomo appassionato di cose futili farà storcere il naso a qualcuno. Eppure Rodotà è proprio uno di quelli che queste cose le ha rese meno futili, contribuendo a un’idea nuova di gastronomia (e senz’altro qui ci si deve riferire a Brillat-Savarin) e riuscendo a portare una parte del suo approccio laico e illuminato anche al mondo della cultura materiale. Che con lui si è sentito meno solo e spesso più capace di aprirsi e dialogare. Continua a leggere

Cuochi e critici 3.0

L’insofferenza dei “giovani” cuochi nei confronti della critica, vissuta come un’élite che ha perso il passo con i tempi.

Negli ultimi anni è cambiato, e di molto, il rapporto fra cuochi e critici gastronomici. Perlomeno dal punto di vista generazionale. Una volta ascoltato, temuto e riverito, il critico (diciamo quello che oggi ha una sessantina d’anni) era accolto dal mondo della cucina (o meglio dai cuochi che oggi hanno una cinquantina d’anni o più) come un esperto vero, fonte di informazioni e suggerimenti. Quelli che talvolta, nei rapporti che andavano oltre il consentito, si trasformavano in vere e proprie consulenze. In ogni caso il mondo della cucina tributava in qualche modo qualcosa a quello della critica, e lo faceva con convinzione e rispetto.

In un contesto nuovo, in cui diffidenza e insofferenza verso il potere sono all’ordine del giorno un po’ in tutti i settori, il rapporto fra cuochi (diciamo dunque quelli più giovani) e critica è profondamente cambiato. Il giovane in cucina oggi non accetta di buon grado la critica. Sa il fatto suo, è convinto che i critici ne sappiano meno di lui, decide come e quando incassare consigli o censure. E spesso lo fa scegliendosi i critici così come questi sceglierebbero un piatto dal menu. Ma in questi casi cerca spesso anche una sorta di complicità, quasi si fosse dalla stessa parte, altrimenti ognuno per la propria strada.

Ora, il rapporto fra criticante e criticato deve rimanere sempre e comunque fuori dal perimetro delle consulenze e delle complicità, e questo è sin banale dirlo. Ma c’è qualcosa che fa riflettere: da una parte, che anche nel mondo della gastronomia si manifestano le stesse insofferenze che si vedono verso il mondo della cultura, della scienza o, peggio ancora, della politica. E i critici dunque vengono considerati un’élite come un’altra.

Dall’altra parte il vero problema è che la critica gastronomica occidentale (perché non è un problema solo italiano) non è stata in grado di rinnovarsi e qualificarsi. Orfana di leader e di editori, ripete stancamente un rito superfluo, senza riuscire a inseguire le novità della cucina contemporanea, spesso culturali prima ancora che tecniche. Una cucina che nel frattempo si è evoluta molto più velocemente della critica.

La trattoria del futuro

Come sta cambiando il concetto di trattoria? Qualche indizio da assaggiare tra Roma e Milano.

È abbastanza evidente, oramai non più sottotraccia, il cambiamento che sta avvenendo nel mondo della cosiddetta ristorazione tradizionale. Storici ristoranti stanno cambiando pelle (anche per non soccombere nel nuovo panorama) e importanti investimenti si stanno dirottando dal fronte del fine dining a quello più rassicurante della cucina tradizionale.

È così che capita di tornare a mangiare per caso ai tavoli di vecchie insegne considerate esclusivamente turistiche (e snobbate dalla critica) per scoprire che non ci si sta affatto male, oppure di vedere grandi alberghi di lusso non assoldare lo chef stellato ma investire su una ristorazione familiare, rassicurante, da trattoria in giardino. O ancora vedere rinascere tavole fondate sul concetto di trattoria o di cucina di prodotto, come è avvenuto recentemente per Ercoli a Roma, che neanche tanto velatamente cerca di mettersi nella scia di Roscioli, il cui fenomeno (e metodo) è oramai conosciuto in mezzo mondo.

Succede così che locali come Trippa a Milano divengano in poco tempo la novità di cui si parla più spesso, o che insegne conosciute vivano una vera e propria seconda giovinezza, anche se si limitano a continuare a fare ciò che hanno sempre fatto. È il caso del Nuovo Macello a Milano, forse uno dei più validi indirizzi della città, che propone una solidissima cucina di territorio che non rimane però ingabbiata nelle maglie della cucina della nonna, ma sa abbinare alla più tradizionale milanesità una buona dose di tecnica e precisione. Così nasce un risotto allo zafferano (con Lodigiano riserva) dallo stile marchesiano che probabilmente è uno dei più buoni in circolazione, o anche la sfilza di antipasti “Assaggiando Milano” (serviti solo la sera) che richiede due persone in cucina per la composizione del piatto.

Sullo stile di Trippa è invece SantoPalato a Roma, la trattoria che nella Capitale può fare la differenza. Ubicata non lontano da San Giovanni, con due vetrine su strada che se non te lo dicono neanche le noti, è già candidata a premi e riconoscimenti su tutte le guide. Merito della cuoca, Sarah Cicolini, che quando la vedi già capisci quanta energia e impegno metta nel proprio lavoro. Lontana anni luce dallo stereotipo del romano svogliato (e lo dice un romano). Da Santopalato si mangiano cose conosciute e semplici (la trippa più buona della città?) alternate ad altre più originali che partono dal territorio per lanciarsi un po’ più avanti a livello tecnico, come la frittata di rigaglie di pollo o il pannicolo con la maionese al rafano. Roba da grande ristorante che vorrebbe essere una trattoria.

Peccati di sala

Un ristorante con una pessima sala non è un ristorante. Riflessioni dopo una settimana passata a mangiar fuori.

L’anno prossimo saranno vent’anni suonati di rapporto con le guide, nel senso dell’essere parte di una redazione, di un gruppo di lavoro di recensori e redattori di pubblicazioni che dispensano consigli e buoni indirizzi. Dunque valutano e ovviamente ricevono feedback in forma di lettere, email, proteste e complimenti da parte di collaboratori e lettori.

Bene, posso affermare senza timore di smentita che mi è più volte capitato di ricevere feedback buoni o molto buoni su ristoranti dalla cucina mediocre ma neanche uno buono su locali in cui il servizio non gira. È dunque più facile avere una buona impressione da un locale in cui si mangia così così ma in sala si viene accolti a dovere e si sta bene che non il contrario. Il contrario è proprio impossibile.

Ci pensavo questa settimana, una di quelle in cui mi capita di mangiare fuori anche otto-dieci volte, e in cui mi sono seduto in due ristoranti dalla sala imbarazzante. Dove sono stato accolto da cuoco e camerieri sull’uscio a fumare allegramente, la sala era umida e disordinata, alla domanda su un piatto in menu mi veniva risposto “andiamo oltre”, ho aspettato anche 30-35 minuti per la prima portata, mi venivano serviti i piatti senza posate (situazione risolta solo dopo cinque minuti di segnali di fumo dal tavolo), il cameriere danzando allegramente ribaltava gli ingredienti nel piatto alla Ratataplan e il vino mi è stato servito senza assaggio.

In sequenza sembra in effetti un film comico, ma sono cose che capitano molto più spesso di quanto possa sembrare. E capita anche che alcuni ristoratori ti guardino sbigottiti o addirittura infastiditi di fronte a lamentele su questi temi. Sono cose che succedono anche in ristoranti in cui la cucina è buona o ottima, come è successo a me in questi giorni.

Vent’anni di lavoro mi hanno però aiutato a mettere meglio a fuoco il tema e a giungere a una illuminata conclusione: un ristorante dalla cattiva cucina è un ristorante in cui si mangia male, mentre un ristorante che non ha una sala che funziona semplicemente non è un ristorante. Alle origini di quest’ultima parola c’è infatti il semplice ma luminoso concetto di star bene, ristorarsi, cosa che non può avvenire in un luogo che non sa accogliere a dovere.

Su questo in Italia siamo parecchio indietro e su questo mi piacerebbe ascoltare Arrigo Cipriani, che di sapienza in tema ne ha da vendere. Invece continua a brontolare e a lamentarsi dei colleghi celebri in cerca di luci ormai spente, ma facendo felici i giornalisti che lo incontrano e lo intervistano. Peccati italiani.

Photo credits: Maurizio Nichetti in Ratataplan; © WEB PHOTO.

Lento ma inesorabile

Il divorzio tra lo chef Ivan Milani e il Piano 35 di Torino offre uno spunto per riflettere sul futuro dei grandi progetti “gourmet”.

Nei giorni scorsi Marco Trabucco su Repubblica ha annunciato la rottura dei rapporti fra lo chef Ivan Milani e il ristorante Piano 35 di Torino. Quello di Intesa Sanpaolo, per intenderci, progetto faraonico partito nel 2016 all’interno del nuovo grattacielo che domina la città.

Ora, in attesa di ulteriori sviluppi e notando che la notizia nelle sue sfumature assomiglia molto a quella dell’allontanamento di un allenatore da una squadra di calcio, non possiamo che dispiacerci perché l’impronta che Milani stava dando era piena di buoni spunti ed energie positive. Cosa non comune in progetti di questo tipo (e ne abbiamo conosciuti parecchi).

Detto questo però, gli aspetti più evidenti di questa vicenda, quelli che ci sembra più opportuno sottolineare sono altri e poco hanno a che fare con il ristorante e con lo chef. Il primo è che la notizia non ha praticamente varcato i confini del Piemonte. Eppure si tratta di un ristorante in odor di stella Michelin, di cui tutti, guide e siti web, hanno parlato in occasione della sua apertura. E il tutto succede in una delle città più importanti d’Italia a livello gastronomico.

Eppure storia e profilo di Piano 35 sono rimasti all’interno di un contesto preciso, quasi a sottolineare che questo mondo si sta frammentando. Esistono nomi (sostanzialmente pochi) che appartengono al mondo più visibile (televisione e primi posti delle guide) e fanno notizia a livello nazionale, e una schiera sempre più folta di altri che rimangono invece ancorati al contesto locale.

La gastronomia, insomma, si fa local non solo quando contrappone creatività e tradizione e quando promuove prodotti del territorio, ma sempre più si geolocalizza anche a livello di comunicazione. Inutile dire che in questo ha un peso non secondario anche la proliferazione di insegne e di progetti ambiziosi. Perlomeno sulla carta. Sono probabilmente troppi per il nostro mercato.

Il secondo aspetto che vale la pena notare è quello che Trabucco segnalava nel sottotitolo del suo pezzo (“L’addio di chef Milani è un’ombra sul futuro dei locali per gourmet”) sottolineando le difficoltà economiche incontrate da progetti di ristoranti così complessi e costosi, il cui fatturato rischia di non reggere l’impatto dei costi fissi.

Esistono sostanzialmente due tipi di problemi: il primo è insito nel ragionamento di cui sopra: progetti “gourmet” di questa portata reggono quando il locale ha una valenza nazionale o internazionale. Quando l’insieme delle attività, piaccia o no, supera i confini dei coperti fatti. E questo è evidente nella storia dei grandi ristoranti d’Oltralpe.

Allo stesso tempo non esiste un mercato infinito per questo tipo di posizionamento. Negli ultimi anni sono nati tanti, troppi ristoranti che uniscono il concetto di alta gastronomia a quello di alta ristorazione. Che non concepiscono una cucina originale ed evoluta, alta e raffinata, se non nel campo semantico del ristorante stellato degli ultimi trent’anni: tovaglie lunghe, cristalli, menu degustazione, camerieri et similia.

Eppure quello che sta accadendo nel mondo va nella direzione contraria e sempre più chef tentano di esprimersi fuori dagli schemi. Lontani dall’idea di un ristorante al trentacinquesimo piano di un grattacielo sorvegliato che fa più New York degli anni Novanta che Torino di oggi. Bisognerà abituarsi a questo tipo di novità perché sono quelle che stanno ridisegnando il volto della gastronomia contemporanea senza che ce ne diamo conto.

Più a Sud

In cucina il Sud vince sul Nord, riflessioni sul congresso di LSDM.

In questa strana fase di transizione della cucina italiana, che qualcuno continua a definire meravigliosa ma che a me appare più che altro in stallo, c’è un elemento che spicca più di altri: il Sud ha vinto sul Nord. Un po’ come notò recentemente Aldo Cazzullo in merito alla cucina popolare, raccontando di spaghetti al pomodoro ormai quotidiani in quel di Alba, città che per decenni non aveva conosciuto né pasta di grano duro né sugo di pomodoro, anche per la ristorazione il Meridione è divenuto un faro.

Se è ancora difficile parlare di ritorno alla tradizione e alla classicità in maniera netta (ma le avvisaglie di una prossima restaurazione sono tante), è certo che dietro alla mediterraneità, e a una certa cucina di prodotto che vede vincere ortaggi e olio extravergine su burro e proteine, c’è il segreto di una buona parte delle tendenze contemporanee dell’alta cucina. Ducasse docet.

Per questo motivo, nell’edizione di quest’anno del congresso LSDM (Le Strade della Mozzarella) di Paestum, mi è mancato un po’ di Sud. L’evento è cresciuto molto, ha allargato i suoi orizzonti ed è diventato un congresso gastronomico classico, con ospiti un po’ da tutto il mondo.

Senza voler fare i nostalgici del “piccolo è bello” trovo però che abbia perso una delle sue caratteristiche più forti e significative: la centratura sul meridione. Un congresso in un luogo come Paestum che “costringe” i cuochi di mezza Europa a cimentarsi per due giorni solo e soltanto con i prodotti del Sud mi appariva geniale.

The World’s 50 Best Restaurants 2017: alcune considerazioni

Qualche spunto di riflessione sull’edizione di quest’anno della World’s 50 Best Restaurants e sui successi di Niko Romito

A bocce ferme le valutazioni che si possono fare sulla classifica World’s 50 Best Restaurants sono tante e interessanti.

Mezzo mondo gastronomico si è trasferito a Melbourne e questo influenzerà probabilmente il voto del prossimo anno, come altri hanno già scritto. Così è accaduto per i cuochi americani quest’anno e questo è probabilmente il punto più controverso di un meccanismo di voto che appare particolarmente volubile: la necessità della visita.

“Ma come?”, si chiederà qualcuno, “vogliamo mettere in discussione la necessità di una visita per giudicare un ristorante?”. Certo che no, è la risposta più ovvia. Eppure, se i giurati sono onesti (dichiarando di essere stati nel ristorante votato negli ultimi 18 mesi come da policy dell’Academy), ecco che la possibilità di viaggiare con frequenza diviene fondamentale. E influenzabile dagli uffici del turismo che determinano flussi sovvenzionandoli. O che, più semplicemente, la somma dei voti compatti di un singolo paese assieme a quelli aggiuntivi di un evento annuale (come nel caso di quest’anno) sono in grado di smuovere facilmente la classifica, come Ferran Adrià in passato ha dichiarato.

Dunque nessun intrigo internazionale né corruzione, piuttosto un meccanismo matematico da rivedere per consolidare la forza di una classifica a oggi così influente. Resta il fatto che è l’unica ad avere rotto un meccanismo di egemonia, francocentrica prima ed eurocentrica poi, che aveva di fatto limitato lo sguardo sulla ristorazione mondiale. Oggi sappiamo che alcune delle novità più interessanti sono posizionate un po’ in tutti gli angoli del pianeta.

Ma la novità più importante per noi è l’ingresso di Niko Romito nei cinquanta. In pochi anni infatti il nostro chef abruzzese le classifiche le ha scalate tutte, riuscendo a coronare il sogno di un grande progetto, Casadonna, che è quello di una tavola di livello mondiale ma anche di un insieme culturale che ha come punto di partenza (e di arrivo) la didattica ai suoi appassionati studenti, vera linfa di Castel di Sangro.

Romito in una decade ha scalato la Michelin, si è posizionato su tutte le guide, ha messo nero su bianco quello che voleva dire. E il “Niko pensiero” si è dimostrato vincente anche per la sua capacità di affiancare a un originale processo creativo il ripensamento delle linee di base della cucina italiana attuale.

Non è un caso se, naturalmente, nel suo menu oggi si trovano diversi piatti a base vegetale che ripensano il rapporto con le proteine e con la materia grassa non limitandosi a posizioni ideologiche. Un pensiero laico che, tra le altre cose, ha avuto il coraggio di trasformare il pane in una portata quando altri continuavano a giocare con il cestino di panini aromatizzati.

Insomma, tutto gioca a favore di un cuoco che oggi è in grado di rappresentare l’Italia con stile e capacità e può essere considerato uno dei nostri ambasciatori più forti nel mondo. Non a caso l’Oriente si sta interessando velocemente ai suoi progetti.

Photo credits © Alberto Zanetti