About Venice

A Venezia è (e resta) difficile mangiare bene. Trovare ristoranti degni e non solo folclore spennaturisti. Detto questo è altrettanto vero che esistono pochi luoghi al mondo in cui il cibo e la tavola rappresentano un’esperienza così intensa e singolare. Anzi, mi viene da dire che un viaggio a Venezia non sia tale se non si completa con una buona sosta con le zampe sotto il tavolo.

Mi è capitato in passato, mi è capitato di nuovo, anche grazie alla scoperta di veneziani DOC come Enrico Fantasia, Gianni Bonaccorsi, Luca Di Vita. Che se ti portano per mano ti fanno scoprire un’altra città. E, a tavola, ti aiutano a comprendere più di una cosa. Insomma una cena alle Testiere o al Ridotto da’ soddisfazione quanto una visita al Museo del Settecento Veneziano.

Nel mio ultimo giro ho trovato dei tenerissimi calamaretti con castraure di Bruno Cavagnin, oltre all’ottimo baccalà mantecato e ai ravioli di zucca al nero di seppia. Al Ridotto invece un la minestra di pasta mista con crostacei e pesci di scoglio di gennariana memoria passava dal Tirreno all’Adriatico in una versione, con tubetti e canoce, molto ben studiata da Gianni. Quando si dice un’ispirazione rielaborata con criterio, visto che il sapore di questo piatto è inconfondibilmente legato al pesce di laguna, e quindi diverso da quello di Vico Equense.

Non male anche la fritturina del ristorante Wildner dell’omonima Pensione. Qui il giovane Luca, comincia a far pesare la sua versione, migliorando qualità e contenuti, in una bellissima veranda sulla Riva degli Schiavoni. Molte cose sono ancora da mettere a punto ma la partenza è buona e i prezzi anche.

Last but not least, per me, c’è sempre il Molino Stucky. Perché è bello e perché prendere ogni giorno un motoscafo dalla Giudecca per muoversi aggiunge, un po’ come il baccalà, una buona dose di gusto. Al Molino c’è un bar imperdibile, quello che mi piace pensare come l’Harry’s del terzo millennio 🙂 con vista sulla laguna. E al Molino hanno tolto il tonno dai menu, perché non sostenibile. Che mi sembra un buon segnale, soprattutto se fatto da un albergo di catena di questo tipo.

Per un nuovo concetto di lusso #2 (Mandarin e W)

Negli ultimi due viaggi che ho fatto a Barcellona ho deciso di fare una visita in quelli che dovrebbero essere i due alberghi nuovi più sensazionali della città. Due marchi importanti e di gran moda aprono a Barcellona -mi sono detto- la scelgono come meta europea dopo Asia e USA, devo andare a vedere di cosa si tratta. E così sono stato al W Barcelona e al Mandarin Oriental.

Prima impressione: ormai si aprono alberghi che non sono ancora finiti (nel senso del completamento dei lavori). Poi mi hanno spiegato che è proprio così e che si chiama soft opening.

Seconda impressione: nei nuovi alberghi di lusso vanno i giovani e non gli anziani.

Terza: la qualità del servizio non appare come uno dei punti su cui si sono profusi gli sforzi maggiori. In questo non vedo progresso.

Quarta: si sta recuperando l’idea del grand hotel come luogo di riferimento e socializzazione per la città e questo è un bene.

Dopodiché ho visto e riflettuto su due modelli di lusso contemporaneo davvero contrapposti. Il W Barcelona sembra una enorme discoteca colorata e caotica in cui il vero valore è esserci. Sullo star bene si potrebbe discutere. Vista e terrazza magnifiche, colazione non male, servizio improbabile (ma sono tutti ragazzi e ragazze carine: sconcertante scoprire che la selezione avvenga anche in base a questo. Sembra di essere in un episodio di Twilight), ristorante Bravo24, di cui ho già parlato, non male. Le camere sono invece piccole e rimpinzate di bevande alcoliche (anche sotto gli asciugamani) che invitano a prepararsi un cocktail da soli. Per non parlare del fatto che l’edificio ha un impatto architettonico quantomeno discutibile. Ma Barcellona è vuota e qui le 400 camere sono quasi tutte piene, a 300 e più euro a notte. Tant’è.

Il Mandarin è decisamente più tranquillo. Su Paseig de Gracia si propone evidentemente con un modello un po’ più borghese e rassicurante, anche se poi nel giardino trovi giovani simili a quelli del W. Per la serie qui ci si viene per essere visti. Il design è originale e giocato molto sul bianco, il che rende complessivamente riposante e godibile la luce. Le stanze, anche qui, non sono molto grandi ma sicuramente più confortevoli e meglio pensate. La colazione è notevole anche se il servizio non altrettanto, di ristoranti ce ne sono tre e il più famoso è quello di Raul, figlio di Carme Ruscalleda. Tutto l’albergo è profumato con essenze che quasi stordiscono ma tutto sommato non dispiacciono.

Conclusione? Mandarin batte W 3-0 perché credo sia lontano da me anni luce il lusso di un hotel la cui esclusività è più o meno quella della discoteca con il cordone gestito dal buttafuori e dai P.R. con la lista invitati in mano. Detto questo in entrambi mi sarebbe piaciuto vedere altro: trovare maggiore precisione, stile, atmosfera, scelte diverse nell’architettura, nei cibi e nei materiali usati.

Per un nuovo concetto di lusso #1

Mi è capitato già di rifettere e dibattere sul concetto di lusso, in particolare quello applicato alla tavola e all’ospitalità. Ricordo la prima volta che un amico mi parlo di Las Vegas con gli occhi che brillavano, poi vidi le foto e rimasi sconcertato. Quella roba vecchia e ridondante era per lui il massimo del lusso…

Non c’è dubbio che da quando l’accesso ai grandi alberghi è diventato appannaggio di molti e la rivoluzione dei trasporti ha fatto il resto il panorama è cambiato di parecchio. Con un low cost in gennaio in Europa te ne vai a Barcellona o a Venezia e con 150euro viaggi e dormi in un 5stelle. La stessa cifra che pagheresti per fare Bologna-Roma in Frecciarossa + taxi. Il che ha cambiato modi, gusti, pubblico. E non si sa cosa definisca più i modelli del lusso, di sicuro non è solo l’esclusività (per fortuna), oppure l’esclusività non è più data dalla difficoltà di accesso.

I valori dei nuovi modelli sono spesso associati all’idea di semplicità, di design, di bioarchitettura, di identità, di stile originale. Da questo punto di vista mi domando che futuro abbiano luoghi come gli hotel della Orient Express: bellissimi ma assolutamente ridondanti negli arredi, barocchi e molto simili tra loro. E a Portofino come a Lisbona l’atmosfera da ricreare per l’attempato cliente anglosassone è più o meno la stessa. Ma OE ha appena acquisito e riaperto due gioielli a Taormina e sono curioso di vedere come li abbia ristrutturati.

La verità è che ci sono luoghi come l’hotel Arosea in Alto Adige o il Relais del Nazionale di Vernante che non appaiono nelle liste degli alberghi più quotati ma che sono considerati dagli amatori vere perle rare. Non costano una fortuna eppure appaiono super esclusivi.

(continua)

Le Meurice

Insisto nel mio perverso intento di scoperta dei menu di mezzogiorno dei ristoranti di lusso. E, un po’ come mi accadde a 20anni, quando per la Settimana del Gusto di Slow Food, scoprii che ai giovani erano destinati menu che viaggiavano dai due piatti banali alle degustazioni da standing ovation, oggi ne trovo di poco significativi ma anche altri che ti fanno domandare perché dovresti andare la sera a spendere il quadruplo.

Uno di questi è il menu “Terroir de Paris” del tristellato e branché Meurice di Parigi, luogo di fasti e sfarzo ma anche di cucina interessante e a tratti divertente. Un menu da 80euro ai primi di giugno composto da una spuma di riso con aringa e prugne, il salmone in bellavista con gelatina fresca, i piedini di vitello con céleri en rémoulade condimenté, l’anatra con ciliegie e gallinacci e la charlotte alle fragole niente male. Serviti da re, pane perfetto, burro forse il più buono mai provato (anche in versione jambon beurre, alla parigina) e grande soddisfazione finale. Ovviamente o bevete l’acqua o vi sparate. In due, anche con la bottiglia meno cara, il conto raddoppierebbe immediatamente. Peraltro la carta dei vini non è granché.

Svizzera (o di come cambiano le cose)

Nel mio immaginario (soprattutto i ricordi da bambino) la Svizzera era quel paese perfettino e carissimo che aveva concesso il voto alle donne solo nel 1971. Prati verdi, poliziotti alla frontiera, ordine e strade immacolate, alberghi con i fiori sul balcone, caffé e ristoranti dai prezzi inavvicinabili.

Sono tre anni ormai che mi capita di tornare in Svizzera e trovare un altro paese. Nel bene e nel male. Le frontiere non ci sono più, dei poliziotti neanche l’ombra. Tutto sembra un po’ datato e meno pulito (soprattutto le strade e la microcriminalità che -incredibile ma vero- è comparsa anche a Ginevra) e l’euro ha stravolto la nostra percezione dei prezzi. Allo stesso tempo le città sono più colorate, meno noiose, piene di giovani e qualche graffito e -soprattutto- in Svizzera non si vedono tanti (ma tanti) dei loghi che dominano il mercato occidentale. In buona parte la Svizzera non li ha, oppure ha i suoi. Zurigo è una città di rara vivacità e fuori dagli schemi, Ginevra si svecchia e si popola di mille facce e colori, con il suo quasi 50% di popolazione straniera. E i prezzi sono assolutamente più bassi di qualche anno fa.

E’ a Ginevra, nel bellissimo Hotel Richemond (vecchia gloria cittadina poi acquisita e ristrutturata dalla Forte) che il buon Fulvio si è dato da fare per rimettere a posto le cucine. Già, Pierangelini, non ne parla più nessuno, ma dopo aver chiuso il suo Gambero di San Vincenzo Fulvio vive e lotta insieme a noi girando l’Europa per conto di sir Rocco e interviene con la sua mano dove e come può. A Ginevra ha trovato un giovane padovano molto in gamba (Roberto Benvegnù) ed ecco che il ristorante cambia volto e tra una capasanta con la salsa di carote e un raviolo ripieno di gamberi viene voglia di mangiare anche a Ginevra. E farlo al Jardin del Richemond, nella sua terrazza chic non costa neanche troppo. Provare per credere.

Ristorante Le Jardin de l’hotel Le Richemond

Jardin Brunswick

Geneva – Svizzera

Tel: +41 22 715 7100

prezzo medio: 100 CHF

Turismo e filiera corta

Nel mondo agroalimentare si ragiona -e sempre più spesso- di filera corta. Ovvero di come ridurre i passaggi che contribuiscono (inutilmente o eccessivamente) all’aumento del costo di un cibo o di una merce, riducendo peraltro troppo i profitti all’origine, cioè al produttore.

Mi sono imbattuto, per lavoro, in un sito internet che cerca di fare la stessa cosa in ambito turistico. E per la prima volta -io che passo una buona parte del mio tempo a consigliare indirizzi di viaggio agli amici- ho riflettuto su quanto anche in questo ambito i costi che paghiamo siano inutilmente gonfiati. Basti pensare alla differenza di tariffa pubblicata da un hotel e realmente poi applicata, magari ad un’agenzia. Costi e sistemi che si stanno rivoluzionando anche grazie ad internet e a quello che una volta si chiamava turismo fai da te. Da questo sito si viene reindirizzati ai siti web dell’hotel per poter prenotare direttamente la camera, senza intermediazioni.

Temi molto interessanti, che sono alla base di un ragionamento sul futuro del turismo sostenibile, e non solo dal punto di vista ambientale. O meglio, sprecando meno si risparmia comunque qualcosa. In tutti i sensi