Torino

Non è ancora come il fenomeno Barcellona ma Torino tira parecchio. Si sono appena chiusi Salone del Gusto e Artissima e di gente ne è passata parecchia. Ristoranti pieni, alberghi pure, indotto di circa dieci milioni per la città. Molti di questi stupiti per aver trovato una città più colorata e saporita del previsto, col suo bel mix di atmosfere tardottocentesche e pensiero postmoderno. La contemporaneità è comunque elemento di vanto collettivo e ne succedono spesso di tutti i colori.

Nei fatti qui si vive bene: fa un anno che sono arrivato e lo posso affermare con decisione. Non tutto è perfetto, soprattutto quando manca un briciolo di elasticità mentale (e procedurale…) ma mediamente fare cose è più facile qui che altrove. Ci si sposta bene, i servizi funzionano discretamente, si fa (molto) bene la spesa, si trovano voci e pensieri fuori dal coro. C’è Eataly, c’è il Consorzio, ci sono tanti ottimi gelati e gelaterie, Milano è ad un’ora di treno, le Langhe e il mare e la Francia anche, Ginevra e Lione sono solo a tre. Parigi a cinque, però di treno.

Direi che è un buon momento per fare un salto da queste parti. Ci sono le Luci d’Artista, una bella esposizione alla GAM, nocciole, castagne e tartufi piovono dal cielo e a piazza Vittorio c’è un po’ meno folla. Mentre a piazza San Carlo ci sono le foto di Baldizzone. Tra le cose ancora non troppo conosciute segnalo il gelato di nocciola di Alberto Marchetti (quello di GROM è già celeberrimo), l’aperitivo da Scanu al Principi di Piemonte, due compere al nuovo Angolo dei Sapori (quello all’angolo tra via Della Rocca e via Maria Vittoria) e due bottiglie da Torlo. E per finire in bellezza c’è l’Hammam Beldì. A cena, due curve in collina e si arriva a Revigliasco, da Fra Fiusch, che tutti pensano sia fuori ma invece ci vogliono quindici minuti da Ponte Isabella.

E quando venite compratevi questo speciale di ExtraTorino che è pieno zeppo di dritte.

(foto Corriere Informazione)

Vicini al traguardo

Ci siamo. Abbiamo messo a punto gli ultimi dettagli per la presentazione di Osterie 2011 e Slow Wine 2011. Saremo parecchi e fervono i preparativi. Adesso che abbiamo le guide in mano -peraltro- tutto appare più facile, diciamo che il cielo è più sereno. Non era scontato riuscire a farcela ma adesso che il dado è tratto la soddisfazione è grande. Gli ultimi biglietti per la degustazione di Venaria saranno in vendita direttamente al Palaolimpico di Torino la mattina di mercoledì 20, se ne avremo ancora (ma qui ovviamente speriamo di no) anche all’ingresso della Reggia, alle 15. Per Osterie l’appuntamento per la consegna delle chiocciole è invece lunedì 25 alle 11. Ma lì si entra solo con l’invito.

Ci stanno chiamando in tanti: domande, complimenti, curiosità, amicizia. Quelli che hanno fatto la guida, quelli che hanno letto le liste, quelli che vogliono dire la loro o contribuire alle prossime edizioni. Noi intanto ci stiamo dando da fare sul fronte elettronico. Ma questo lo racconteremo mercoledì mattina sul palco dell’Isozaki. Abbiamo sicuramente imparato un bel po’ di cose, in questi mesi e in queste ore. Tra queste c’è il fatto che classifiche e gerarchie sono uno tra i temi più richiesti da chi ci guarda da fuori. Abbiamo cercato di evitarle in tutti i modi: non abbiamo utilizzato punteggi, non abbiamo fatto gerarchie (ma creato tre chiavi di lettura per cantine e vini) eppure in molti hanno cercato di ricostruire classifiche e confronti che non ci sono. Interessante anche questo. Anche perché in tanti ci aspettavano al varco. Ci vorrà un po’ di tempo per abituarsi alle novità (anche per noi) e capire a fondo la guida. Per intanto io la leggo, la sfoglio e la rileggo e penso che la squadra capitanata da Gariglio e Giavedoni abbia davvero fatto un gran lavoro.

Da Barcelona #1

(foto Gastronomiaycia.com)

Qualche giorno fa un caro amico mi ha detto: “mi mancano i tuoi Da Barcellona…”. In effetti qualche tempo fa sulla rivista per cui scrivevo tenevo una rubrica intitolata proprio “Da Barcellona” in cui raccontavo novità ed esperienze dalla capitale catalana. Tanto che molti pensavano mi fossi trasferito lì. Invece la mia è solo una passione e a Barcellona ci vado quando posso. Cioè fino ad adesso 67 volte. Le ho contate 🙂

Per la cronaca poi la rubrica fu brillantemente chiusa.

Dunque mi è venuta voglia di scrivere qui i miei racconti catalani, togliendo solo una “l” dal titolo, tanto per fare qualcosa di assolutamente diverso.

Comincio raccontando di un locale di cui qui da noi (e chissà perché poi…) si è parlato pochissimo. Il bar Inopia, ovvero il bar à tapas aperto da Albert Adrià (fratello di Ferran) e dal suo socio Joan. Un locale fantastico, dove venivano servite grandissime tapas di tradizione a prezzi modici. Per la serie Albert e Ferran non sono solo texturas e cucina d’avanguardia ma anche progetti rassicuranti e idee geniali. Stavolta di tradizione.

Già, ho scritto “venivano”. Perché Inopia, col nome con cui lo abbiamo conosciuto ha aperto nel 2006 e chiuso il 31 luglio del 2010. Dal 1 settembre al suo posto Joan (senza Albert) continua sostanzialmente la stessa avventura, ma con un altro nome: Lolita Taperia.

Ferran e Albert stanno invece lavorando al concept di un nuovo progetto di bar barcellonese che dovrebbe aprire a breve. Vi saprò dire.

Lolita Taperia

c/Tamarit 104 (metro Rocafort)

Barcelona

sui 20euro

La degustazione dell’anno

Rapida intrusione del mio lavoro nel blog (anche perché con tutto il lavoro che c’è non si scrive), ma qui ci stiamo dando dentro parecchio per l’organizzazione della degustazione Slow Wine 2011 per la presentazione della guida. E un pizzico d’orgoglio ci sta…

Domani partono gli ultimi sopralluoghi per Venaria Reale per la messa a punto della grande degustazione. Già perché l’evento prevede la presentazione, la mattina di mercoledì 20 ottobre alle 10.30 al Palaisozaki, a due passi dallo Stadio Olimpico. Di Torino. Abbiamo deciso di fare le cose in grande 🙂

Mentre sempre mercoledì 20/10 ma nel pomeriggio, alle 15, la grande degustazione è nella Galleria di Diana della Reggia di Venaria Reale. Ma solo perché Versailles era un po’ fuori mano 😀

Venaria si raggiunge facilmente dal centro di Torino, in autobus, così come dall’aeroporto di Caselle.

Saranno in degustazione i vini delle cantine segnalate in guida con la chiocciola. Non dico altro se non che “i” vini significa che ogni cantina porterà a sua scelta tre vini e non uno solo. E’ la cantina ad essere segnalata e ci piace l’idea che la si conosca in modo più completo e articolato e che sia la cantina stessa a scegliere come presentarsi. Perciò di vini ce ne saranno parecchi e il dibattito sarà grande. Proviamo a portare alla Reggia un percorso possibile, un giro tra cantine e persone e non solo tra campioni da competizione. Sarà particolarmente piacevole assaggiare allo stesso tempo “riserve” e “vini base”, fare confronti, discutere, conoscersi.

Per questo motivo, senza nulla togliere agli amici e colleghi che stanno lavorando alle loro presentazioni, la nostra la si potrebbe definire la degustazione dell’anno.

Perché ci sono le cantine e non solo i vini

Perché è nella Reggia di Venaria

Perché ci divertiremo parecchio

Perché nel biglietto è inclusa una copia della guida

Perché è quella della guida Slow Wine, e quindi è nuova

Chiusura guide

Chiusura guide 2011

Qualcuno mi dava per morto. Semplicemente ero un po’ preso… (si dice così da queste parti). D’altro canto chi lavora nel mondo dell’editoria enogastronomica sa bene che questo è il periodo in cui si lavora di più. Perché è il periodo della chiusura delle guide. Perché le guide escono quasi tutte in ottobre, perché il mercato è costituito in buona parte dalle vendite che si fanno da settembre a Natale.

E’ stato un lavoro notevole. E non solo perché incrociare migliaia di dati, controllare e mandare in stampa è un’impresa importante sempre, ma perché in effetti -quando si ha una guida nuova da fare- è ancora più difficile. Nel nostro caso Slow Wine, di cui il buon Gianca racconta qui è stata un progetto che ha sa di epico… Un’avventura molto bella, che ha coinvolto centinaia di persone e una redazione giovanissima (età media sotto i 30anni) che ha passato un’estate a testa bassa e naso alto. Per la prima volta (e non solo perché si tratta di vino) il mio era un ruolo diverso, meno impegnato in prima fila e più concentrato a che tutti pezzi combaciassero bene insieme. Anche perché qui c’era un progetto grafico nuovo e il libro doveva prendere forma non solo nei contenuti.

Le cose sono andate particolarmente bene, anche sul fronte di Osterie, e le novità bollono in pentola e le racconteremo presto. Per intanto smaltiamo i nostri, di bollori, e io ringrazio tutti quelli che hanno partecipato all’impresa. Lo spirito con cui si è lavorato a questi progetti è per me la novità e la soddisfazione più importante di questo nuovo anno di lavoro.

Grazie Lidia

Domenica triste. Se n’è andata Lidia Alciati.

Io debbo dirle un po’ di grazie -qualcuno per fortuna ho fatto in tempo a dirglielo- per quello che mi ha regalato. Che non è soltanto un pezzo di cultura e di cucina di Piemonte, attraverso le decine di piatti fantastici e le migliaia di agnolotti mangiati. E’ stato soprattutto un incontro di riconciliazione tra me e un pezzo delle mie origini, tra me e la mia identità. Me lo ha regalato quando sono stato da lei la prima volta e si parlava di Agliano Terme, di Costigliole e di mia madre. Me lo ha raccontato quando mi spiegava quello che aveva costruito con suo marito, che purtroppo non ho avuto la fortuna di conoscere. Me lo ha detto con i suoi gesti, prima di ogni altro quelli nel lavoro, e con le sue mani, che rappresentano meglio di molte altre cose quello che è la grandezza della cucina italiana. Altro che dibattiti su tradizione e innovazione, materie prime e tecnica. Me lo ha regalato e me lo regala attraverso il rapporto con quei tre figli che per me sono tre fari illuminanti nel cammino attraverso il meglio che esiste in questo settore.

Il sorriso di Lidia mi ha sempre rassicurato. Il suo sguardo intenso, la posa alla stufa prima di cominciare il lavoro, il suo modo affettuoso di chiedere sempre “come va e come sta tua madre?”. E quei cinque, dieci minuti di chiacchiere quando Andrea mi diceva “…andiamo a salutare la mamma?” sono sempre stati zeppi di riflessioni e di insegnamenti. Grazie Lidia.

(foto Consorzio Costigliole)

Una incredibile serata

C’è stato un’evento -esclusivo sì, ma per 800 persone- di cui non si è parlato in giro ma che ha avuto dell’incredibile. Si tratta del “Tre Stelle per la famiglia Alajmo, in quel del Golf Club La Montecchia di Selvazzano Dentro, dedicato ai delegati del settimo Congresso Nazionale di Slow Food Italia, venerdì 14 maggio 2010. Una cena privata, si potrebbe dire e chiuderla qui, ed è vero, ma allo stesso tempo un evento che mi ha dato da pensare.

Organizzazione perfetta- girava tutto come un orologio di precisione- in mano a Maura Biancotto e alla famiglia Alajmo al completo e un percorso goloso fatto di grandi prodotti e grandissimi piatti in differenti “stazioni” disseminate fra le tante sale dell’edificio. C’era Franco Cazzamali e la sua carne, c’era Mauro Lorenzon con le sue ostriche, c’erano tanti del mondo Slow del basso veneto con pesce fritto, fasolari e chi più ne ha più ne metta. Melanzane alla parmigiana da sturbo, il BBQ de i Signori, c’erano stanze intere di formaggi e salumi, il cappuccino e il risotto de Le Calandre. Per finire con incredibile gelato alla nocciola.

Tutto perfetto, mangiato in piedi, poca poesia e tanta sostanza (ma atmosfera e festa incredibili), gusto ai massimi livelli, e -soprattutto- per ottocento persone. Felici. Come felici erano anche gli Alajmo e credo che la cosa abbia reso anche in termini economici. Insomma le tante riflessioni sul futuro delle modalità della nuova alta cucina possono anche partire da qui.

Certo, quando si punta sul no frills tutto deve essere perfetto. Ma in questo caso l’accoppiata Alajmo-Biancotto era una garanzia.

Poco cibo tra i libri

Non che in passato al Salone del Libro ci fossero chissà quali presenze enogastronomiche. Ma per un appassionato di questi temi venire a Torino, capitale italiana del cibo e del vino, ed entrare al Lingotto, quest’anno, fa un certo effetto. Sembra essere tornati indietro di parecchio. A parte Gribaudo, Slow Food e Terra Madre e diversi scaffali pieni di libri di cucina allo stand di Giunti, è come se non si vedesse quello che è accaduto in questi anni nel mondo dell’editoria. Tanto da domandarsi se sia accaduto davvero. C’è qualche conferenza (in particolare è molto attivo Gigi Padovani) ma l’evento più atteso resta la presentazione, ieri pomeriggio, di Cotto e Mangiato con Benedetta Parodi 🙁

Vento dall’Est

Come ogni anno l’uscita della Main Cities of Europe della Michelin suscita ben poco interesse. E’ la guida rossa che mette insieme i risultati di alberghi e ristoranti delle principali guide europee e per questo esce per ultima. Soprattutto dopo i clamori della guida nostrana (l’unica ad interessare davvero, qui da noi) e quelli della guida francese.

E invece a me la Main Cities interessa parecchio perché include diverse città che sono fuori dalle altre rosse non esistendo le relative guide nazionali. Parlo di Danimarca e Scandinavia, per esempio, da tenere sempre più sotto osservazione (pioggia di stelle in atto), e di alcune importanti città dell’Est europeo, che siamo gli unici a snobbare. In particolare quelle incluse in questa guida sono Praga, Budapest, Varsavia e Cracovia.

E la notizia di quest’anno è che, dopo la stella data all’Allegro del Four Seasons di Praga qualche anno fa (e quella data e tolta a Ramsey all’Hilton Old Town, sempre a Praga) è arrivata una stella al Costes di Budapest. L’unico problema è che (tanto per cambiare) a febbraio scorso lo chef è cambiato e al portoghese Vieria è succeduto l’argentino Delgado. Ad ogni modo mi piacerebbe molto andare a vedere di cosa si tratta.

La guerra mondiale dell’alta cucina?

Ieri a Barcellona, all’interno di BCNVanguardia, ennesimo congresso di cucina, la ministra dell’ambiente insieme ad un nutrito gruppo di cuochi e giornalisti ha annunciato che la Spagna è lanciata alla conquista del mondo (gastronomico). Che sono in vista piogge di finanziamenti, che i grandi chef iberici sono ormai accreditati come i migliori e che non trova le parole per ringraziarli di ciò che hanno fatto per l’immagine del proprio paese. “Qualcosa che non ha fatto nessuno”. Chapeau!

In Francia ci si organizza -e bene- per il rilancio della categoria. Confermando le voci che davano un Ducasse spesato dal governo per promuovere la cucina francese contro l’avanzata degli spagnoli. I fermenti (vivi) ci sono e a quanto pare a Parigi non stanno a guardare. Ieri su Sud-Ouest, tanto per tenere bassi i toni, un giornalista si chiedeva retoricamente se Ferran Adrià sia davvero “da bruciare”. Domanda retorica ma l’espressione fa paura. Come hanno fatto paura -e tanto- i toni delle polemiche nostrane.

Ah, già, l’Italia. Tutti a Barcellona (spagnoli, americani, francesi, scandinavi, tedeschi, brasiliani) ieri si chiedevano il perché del nostro incomprensibile decreto. Vissuto ovviamente come una dichiarazione di guerra all’alta cucina. Ma soprattutto la domanda era: “perché i cuochi italiani non dicono niente..?”

Ecco. Gli eserciti si attrezzano. Il nostro? Io voto per un generale pacifista (bella foto presa dal Blog Spilucchino).

Anzi, è già il leader. Non gli piace essere chiamato maestro ma leader lo è. Non c’è bisogno che nessuno lo voti più… 🙂