I nuovi ricchi e i prezzi folli

Riflessioni sull'aumento dei prezzi e sul cambio di pubblico nei ristoranti più celebrati al mondo.

Su queste pagine, e in particolare su quelle de Il Bottigliere, Fabio Rizzari nei giorni scorsi si è interrogato sulla moralità dei comportamenti di alcuni produttori di vino. Con particolare riferimento al boom commerciale dei vini di Borgogna e al conseguente cambio di passo, anzi di comportamento, di alcuni vigneron relativamente all’aumento dei prezzi e alle assegnazioni. E se la morale è un “insieme di valori o principi ideali in base ai quali l’individuo decide la scelta del proprio comportamento” (cfr. Wikipedia), possiamo discutere quanto vogliamo sulla legge della domanda e dell’offerta, ma di morale si tratta.

Ora però vorrei allargare leggermente il raggio di riflessione, seppur sempre in ambito gastronomico, perché qualcosa di simile è accaduto e accade sul fronte dei ristoranti più celebrati al mondo (quelli della lista 50Best, ad esempio), dove potremmo fare un parallelo fra assegnazioni borgognone e prenotazioni di un tavolo (impossibile o sottoposta ad una lista di attesa di anni) e prezzi, che in questi locali sono aumentati anche del 200%.

E non è che una cena da trecento o cinquecento euro sia di per sé più accessibile di una bottiglia da cinquemila: sono proprio due facce della stessa medaglia. Ma quello su cui vorrei riflettere di più, sia a proposito dei vini che di questi ristoranti, è il cambiamento di pubblico che deriva da queste scelte. Anche nei ristoranti più famosi del mondo, infatti, agli appassionati gourmet di una volta si stanno sostituendo ricconi provenienti da Russia, Brasile o Asia in genere, che occupano con una molto più ampia capacità di spesa i tavoli che una volta venivano occupati, ad esempio, da un piccolo imprenditore nostrano, o più semplicemente da un giovane che aveva messo da parte i soldi per potersi regalare quella cena. E i ricconi, peraltro, non si limitano a mangiare ma spesso stappano alla grande, dando fondo alle riserve più ricercate delle varie cantine ristorantizie, magari bevendosi tutte le bottiglie di Leroy e Coche Dury, tanto per citare due nomi a caso (e il ristorante dovrà fare a gara con gli importatori per accaparrarsi altre bottiglie pregiate che – giustappunto – verranno magari sottratte alle assegnazioni dell’amico di Rizzari, n.d.r.).

Ora, questo cambiamento di pubblico che ovviamente fa gola a produttori di vino, chef e ristoratori perché porta fatturati mai visti prima, fa sicuramente più effetto nel piccolo mondo di cuochi e vignaioli che in quello delle Maserati o di Ferragamo. Anche perché quel piccolo mondo è storicamente giovane e fino a ieri si è confrontato con appassionati, viaggiatori esperti, giornalisti, piccoli collezionisti di esperienze e gourmet che lo hanno di fatto aiutato a crescere. E che oggi si sentono tagliati fuori. Ma va detto che in quell’“aiutato a crescere” c’è sempre stato un sincero e quotidiano dialogo e confronto che davvero ha arricchito la cultura gastronomica del Vecchio Continente, permettendo scambi e riflessioni che hanno sicuramente indirizzato le tendenze e il gusto della cucina e del vino italiani, spagnoli, francesi, tedeschi, nordici, ecc. ecc.

E di fatto questo confronto oggi scarseggia perché a suon di mille euro per una cena in due, o di cinquemila per una bottiglia di vino, anche l’appassionato più tenace rischia di non farcela. E va anche detto che la nuova clientela facoltosa si limita a bere e mangiare senza particolari confronti e ragionamenti, perché oggi si appassiona di enogastronomia ma ieri era appassionata di moda e domani lo sarà di gioielli. E dunque, la riflessione che mi interessa è che, un po’ come il governo, ognuno ha il pubblico che si merita. E speriamo che tutto questo non ci impoverisca troppo, perché il piccolo mondo dell’enogastronomia ha ancora bisogno di ragionare per crescere.

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