Yannick Alléno, ok. Ma chi celebra i nostri cuochi?

Lo chef Yannick Alléno è stato omaggiato a Grinzane Cavour: super premiato, inarrivabile, "esotico". E quelli italiani?

Yannick Alléno è un grande chef, e nessuno lo discute. Tenta di fare la scalata su Alain Ducasse, con il suo mega gruppo imprenditoriale, ed è anche colui che ha dato nuova vita al Pavillon Ledoyen di Parigi, facendolo diventare quello che per molti è oggi il più lussuoso ristorante della città. Sempre in tema di lusso ha appena preso le tre stelle, dopo Parigi, anche allo Cheval Blanc di Courchevel, amena località turistica della montagna francese. Se volete andarci a cena però sbrigatevi perché la stagione chiude ad inizio aprile, una stagione che dura solo quattro mesi.

Ma non troverete posto. Courchevel è uno dei posti più cari al mondo in cui prenotare un tavolo, o peggio ancora una camera: è praticamente impossibile. Ad ogni modo, se volete farlo, mettete in conto 450euro vini esclusi per la cena e minimo un migliaio per la camera. Roba che la Vecchia Fattoria di Marc Veyrat fa sorridere. Ma, soprattutto, Alléno è il creatore di una serie di bistrot, i Terroir Parisien (al momento mi risulta abbiano chiuso quelli che avevo provato io ma pare che ne stia per aprire uno nuovo) che cercano di celebrare il territorio di prossimità parigino come avveniva con il menu di pranzo al Meurice, da lui governato qualche anno fa. Solo che al Meurice il menu era notevole mentre nei bistrot quello che ho provato io era imbarazzante. Un progettino costruito per cavalcare l’onda della nuova bistronomia al grido di “ambiance canaille“. Mah…

Detto questo, perché i grandi ogni tanto si possono anche criticare, Alléno domenica è stato protagonista di un omaggio, legato ai paesaggi vitivinicoli UNESCO al Castello di Grinzane Cavour, che segue una serie di appuntamenti curati dal bravo Luciano Bertello, prima all’Enoteca di Canale e poi ora a Grinzane. Ciò che caratterizza però questi omaggi è il fatto di farli a chef internazionali: francesi tristellati in particolare (Ducasse, Haeberlin, Alleno…) ma anche di altri paesi (Redzepi, Arginzoniz…). Solo qualche rara volta italiani. E cosa accomuna questi chef? L’essere stranieri, super premiati e famosi, spesso inarrivabili. Un po’ esotici, insomma. Della serie: “vi porto qui il personaggio famoso perché fa molto figo”.

Ora, quello che mi appare particolarmente bizzarro, è che noi si debba continuare a considerare lo chef che viene da lontano migliore del nostro. Mi ricorda un po’ le “mitiche” cene organizzate da Carlo Bocchino alla Contratto di una quindicina di anni fa. Si spendevano un sacco di soldi pur di avere la star e poterlo raccontare in giro. Venne addirittura Ducasse. Ma il principio dell’esotico è lo stesso che applichiamo quando andiamo al ristorante alla ricerca “di quello che non si mangia a casa”. Solo che trent’anni fa a furia di fare così ci siamo trovati nel piatto anche struzzo e canguro. Peraltro abbiamo fior di cuochi in casa che varrebbe la pena di valorizzare e che scontano ancora una sudditanza culturale tutta nostrana per la quale o vai in tv o non ti si filano in tanti. E allora perché non facciamo tutti uno sforzo e proviamo ad omaggiare soprattutto loro?

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