Perché la laurea di Bottura è diversa dalle altre

Una laurea ad honorem che riconosce un progetto culturale unico tra i cuochi italiani. Ecco perché oggi è "the best".

Non capita spesso, in Italia, di vedere attribuiti riconoscimenti accademici a personaggi del mondo della gastronomia. Meno che mai a cuochi. Ma sarebbe un grave errore confondere la Laurea ad honorem che verrà attribuita stasera a Massimo Bottura con uno di questi.

Alle 18, nell’Aula Magna Santa Lucia dell’Università di Bologna, gli verrà infatti conferita una Laurea in Direzione Aziendale. Qualcosa di completamente diverso dai riconoscimenti legati alla promozione della cultura gastronomica o alla valorizzazione della cultura popolare o ancora del patrimonio turistico. A Massimo Bottura viene riconosciuta una speciale capacità imprenditoriale e premiata dunque la capacità di trasformare un piccolo ristorante di provincia, specializzato in cucina tradizionale, in un fenomeno di portata mondiale, “esempio per la diffusione della cultura italiana e per lo sviluppo del Made in Italy a livello internazionale”.

Massimo Bottura rappresenta un caso esemplare di gestione di una piccola impresa familiare italiana, raggiungendo in pochi anni un successo senza precedenti e una notorietà a livello globale. Si legge nella motivazione: “dal punto di vista aziendale ha realizzato una deliberata strategia di crescita, volta allo sviluppo della qualità e della visibilità internazionale, mediante visione, capacità imprenditoriale, creazione e gestione del team, innovazione di prodotto e raggiungimento di un livello di servizio molto elevato”. 

In qualche modo il lato economico e “ingegneristico” di questa laurea svela il contributo dello chef modenese nell’affermazione di un nuovo ruolo per lo chef e per la cucina italiana nel mondo. Un progetto culturale sostanzialmente unico che ha trovato nel suo nucleo fondamentale – la promozione della cucina popolare italiana e di territorio e dei suoi principali attori – una forza propulsiva che nessuno aveva mai trovato prima. Anzi, più probabilmente, che era considerata dalla quasi totalità dei suoi colleghi, in una sorta di provincialismo culinario senza via d’uscita, un limite allo sviluppo di una vera nuova cucina.

Certo, Bottura alla cucina modenese ha applicato rielaborazioni tecnico-creative inedite e una nuova forma di narrazione, ma è stato senza dubbio il primo grande chef a viaggiare orgogliosamente con una valigia piena di tagliatelle. Cercando di sfruttare nel migliore dei modi la forza di una cucina, la nostra, conosciuta a livello mondiale per la sua semplicità e il suo linguaggio universale. E trasformando tutto questo in una risorsa progettuale ed economica. Questo è stato possibile solo grazie a un lavoro sul team e sul metodo senza precedenti, e a uno spessore culturale costruito non solo sul patrimonio personale ma su una fitta, sensibile e responsabile, rete di relazioni fra colleghi, produttori, artigiani. Una rete reale, non virtuale. Questo non ha consentito soltanto di affermarsi come primo chef al mondo nella classifica The World’s 50Best Restaurants (cosa che peraltro agli italiani non era capitata mai prima, né in questa né in altre classifiche) ma anche di coprire una leadership che mancava fra i cuochi di livello e che è l’altro grande merito che va riconosciuto al cuoco modenese.

Uno che ha saputo fare squadra nell’Italia delle divisioni e delle contrapposizioni.

 

Photo credits: Per Anders Jorgensen

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi unirti alla discussione?
Sentiti libero di contribuire!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *