Straripante Barcellona

La città catalana segna un boom turistico senza precedenti grazie a servizi che funzionano, mare, arte e gastronomia.

C’è qualcosa di più nella battaglia che Barcellona ha cominciato “contro” il turismo. Non c’è solo un problema di tasse di soggiorno non pagate e autorizzazioni all’uso degli appartamenti. Non è l’ennesimo braccio di ferro fra modelli di economia consolidata e sharing economy, stile Uber e AirBnb. Era sufficiente fare un salto in città a Ferragosto (perché il problema non è affatto spagnolo né catalano ma investe solo la capitale della Catalogna) per trovare un fully-booked impressionante e, soprattutto, mai visto prima.

Neanche Roma, Firenze e Venezia, che pure vivono in estate una poderosa stagione di arrivi turistici hanno un Ferragosto tutto prenotato: in quei giorni c’è un calo netto rispetto a luglio o settembre. E pensare che solo una decina di anni fa a Barcellona il turismo principale era quello di affari, basato soprattutto sui giorni infrasettimanali. Negli ultimi anni la città ha ricevuto milioni di nuove presenze grazie ad un impianto di servizi che funziona, oltre ad un’offerta che fra mare, arte e gastronomia è decisamente appetitosa. Solo nei primi cinque mesi dell’anno (i dati presenti in questo articolo di Repubblica appaiono errati, n.d.r.) sembra che la città abbia ricevuto 4 milioni di persone. Troppe.

Ed è per questo che il nuovo sindaco, Ada Colau, eletta in una coalizione originale (Barcelona en Comu), che qualcuno in maniera semplificata sovrappone a Podemos ma che in effetti rappresenta qualcosa di diverso, ha posto a tutti una domanda: «Quale città vogliamo?». La domanda non nasce evidentemente da un banale snobismo nei confronti di un elemento di ricchezza prezioso come il turismo, ma dal fatto che gli effetti di questa ondata stanno modificando profondamente il tessuto e l’economia cittadina. Proprio ad inizio estate aveva chiuso Vinçon, storico (e bellissimo) negozio di design su Paseig de Gracia, perché la sua collocazione nel mezzo delle grandi boutique internazionali, fra LVMH, Zara e Oysho, lo stava, di fatto, strozzando. Come a dire che quella che una volta era la passeggiata preferita dai catalani (Vinçon era un po’ l’emblema della rivincita di una classe media e medio-alta nell’era postolimpica del rinascimento economico barcellonese) oggi è divenuta solo appannaggio dei turisti e di un mercato incontrollabile e fagocitante.

Problemi che noi non abbiamo.

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