Magna Capitale

La ristorazione a Roma più che assopita pare in letargo.

Il 23 aprile su questo blog si ragionava dell’attuale grande distanza fra Roma e Milano, soprattutto sotto il profilo della ristorazione. Si potrebbe allargare il cerchio e guardare cosa accade a Torino, ad esempio, e confermare che il vantaggio meneghino ha buona compagnia: anche sotto la Mole i fermenti sono piuttosto vivi. Vale la pena, invece, cominciare a ragionare di cosa non va a Roma.

Dal punto di vista dei ristoranti –non c’è dubbio- mancano le aperture. Da un pezzo non si vede una novità significativa, tanto che sembra di essere alla fine degli anni ottanta. Decine quelle di tendenza, è vero, fra aperitivi e (presunte) nuove formule, spesso brutta (e tardiva) copia di ciò che si vede in giro per il mondo.

Numerose le moltiplicazioni di formule esistenti, fra supplì e street food, tanto che sembra che se oggi non hai un carretto (lasciamo stare i foodtruck…) non sei un cuoco. Ma di aperture vere, di quelle che segnano un prima e un dopo, che lasciano il segno…non se ne vede da qualche anno.

Poi c’è la significativa assenza di un leader: non che ne abbiamo mai avuti, ma di sicuro in passato alcuni soggetti capaci di influenzare gli altri e smuovere le acque se ne sono visti. Oggi no. Anzi, direi che alcuni dei cuochi stellati più noti sembrano come assopiti: o ripetono stancamente i piatti che fanno da una decina d’anni (tanto a Roma ce so’ i turisti), oppure ci girano intorno compiacendosi spesso nel loro circolino privato fatto di tre gourmet e quattro colleghi, oppure sulla terrazza dell’Auditorium quando c’è occasione di farlo.

Altro ingrediente micidiale è la stampa, ovviamente, che a Roma più che assopita pare in letargo, fatta eccezione per qualche appassionato cronista in rete. Di elenchi di piatti non se ne può più, fra foto e schede d’assaggio, che risultano un esercizio che dall’esofago arriva al massimo fino all’ombelico.

Ultimo ma non ultimo, anzi primo, il pubblico: a Roma non c’è una platea capace di distinguere davvero contenuti da contenitori, idee nuove da minestre riscaldate. E impegnarsi sotto il profilo della qualità non paga. Le belle copertine di riviste specializzate di una volta, che raccontavano di una nuova Capitale pronta a tirare il carro italiano, magari mettendo a fianco Anna Dente e Massimo Bottura sembrano quelle della Domenica del Corriere. Cioè di un secolo fa.

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