Roma&Milano

Due città, un divario. E la ristorazione che ne è specchio fedele.

La distanza fra Roma e Milano si è fatta più breve. In treno però. Già, perché se è vero che oggi in meno di tre ore si può andare facilmente dal Colosseo alla Madonnina, è altrettanto vero che su molti fronti la distanza fra le due città è oggi siderale. Quella manciata di minuti che le separa si trasforma in un salto sociale e culturale che fa un certo effetto: sembra che siamo tornati indietro di una trentina d’anni.

Non sarò certo io a denigrare per partito preso la città che amo, quella in cui ho scelto da poco di tornare a vivere. Un luogo straordinario fatto di umanità rare, oltre che di bellezza mozzafiato. Ma per amore di Roma bisogna dire che in questo momento la Capitale è avvitata su sé stessa. Chiusa, tronfia, poco curiosa, sbandata, sporca, come in un film di un po’ di anni fa. E, soprattutto, è poco capace di rendersene conto. Al contempo Milano, ovviamente tirata a lucido per Expo con i relativi benefici del caso, appare vibrante, capace di confrontarsi con il resto del mondo, colorata e cosmopolita.

Ecco, la dico grossa: in questo momento la città grigia è diventata Roma, e la ristorazione è un pezzo di specchio di tutto questo. Le novità latitano e soprattutto quelle che ci sono diventano oasi nel deserto, fenomeni assoluti e celebrati ma a volte imbrigliati nello schema del ristorante che si deve dare un tono, che deve cercare di distinguersi ancora per differenze sociali, basate su inutili formalismi e rituali che con la tavola c’entrano poco. Avviene a tutti i livelli, bistrot compresi, e tutto questo non consente neanche a quelli bravi di dare ogni tanto un colpo di reni e guardare avanti. Tanto va bene così, i parametri di confronto sono pochissimi. Ed ecco che alcuni bravi chef non si rinnovano e propongono le stesse stanche idee da anni, tanto il pubblico non chiede di più e non ci sono stimoli a rinnovarsi. A Milano sono invece in piena rinascita formule e idee, imprenditoria e mestiere, tanto che la nuova ristorazione è fatta di contaminazioni, formule inedite, studio sugli spazi e i modi di mangiare. Esiste una consapevolezza di fondo: il futuro non passa più attraverso i bicchieri di cristallo e i menu gourmet, o ancora per l’onanistica ricerca di novità interne al piatto. Il futuro della ristorazione ragiona anche fuori dal piatto e pensa al pasto, come momento.

Non so bene cosa, in questo difficile momento, possa aiutare la Capitale ad uscire da questo torpore, e so anche che il colpo di coda della crisi (che a Milano sembra quasi passata) a Roma è arrivato adesso, come in tutte le città economicamente rette dal settore pubblico. Ma penso che bisogna cominciare a parlarne, perché l’epoca del sorpasso della Milano da bere in decadenza è finita da un pezzo e i ruoli sono invertiti. Magari mi riguardo La Grande Bellezza…

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