Gastronomia laica

Un ricordo di Stefano Bonilli a tre mesi dalla sua scomparsa.

Era il 1997 quando andai a parlare con il direttore del Gambero Rosso, per chiedere uno stage. Mi sembrava ancora difficile poter trasformare una passione in un lavoro e, dunque, arrivai al colloquio ben vestito ma scettico. Ricordo ancora il mio interlocutore prendere in mano il curriculum e leggere immediatamente la riga destinata agli hobby, con la curiosità di chi cercava di guardare oltre. Di sparigliare le carte, sicuro di dover pescare oltre il consentito. Il mio vestito blu non era servito a niente.

Ho sempre invidiato a Stefano Bonilli la capacità di uscire dagli schemi, la sincera attrazione verso la diversità, il non mettere limiti al proprio campo di azione. Il Gambero Rosso dei fondatori era, in effetti, questo. E per questo era un laboratorio di pensiero, più che una casa editrice. Un luogo dove si ragionava di cibo, sì. Ma anche di consumi e piaceri in modo ampio e completo, applicando al mondo reale molte delle categorie normalmente utilizzate solo da gourmet e addetti ai lavori. Il cibo come chiave di lettura delle cose, o un nuovo linguaggio applicato alla gastronomia. O forse – più ancora – il cibo utilizzato come linguaggio in sé. Per Stefano la creatività era parte fondamentale del metodo, ed era sempre laica e democratica. Si ragionava di un fenomeno per la sua capacità di lasciare il segno, che si trattasse di Lardo di Colonnata o di cucina di avanguardia. Si utilizzavano le stesse categorie per parlare di tradizione o ragionare di nuove tecnologie. Si lavorava sulla passata di pomodoro per poi passare rapidamente al made in Italy di lusso: scartare (di lato) era la sua specialità, un modo per mantenersi sempre vivi e reattivi. In un mondo in cui l’appartenenza rimane (tristemente) una delle bussole dirimenti, Bonilli non chiedeva mai da dove il suo interlocutore venisse, piuttosto si appassionava nello scoprire dove stesse andando. Non a caso furono suoi i primi supporti digitali delle guide (la pagina web del Gambero era online alla fine degli anni ’90), la rivalutazione del mestiere del cuoco e la diffusione di un sapere condiviso fra cuochi. E ancora: l’organizzazione della promozione del vino italiano negli USA, la riflessione (anche questa laica) sul fenomeno Adrià nell’agosto del 1998, il primo canale tematico satellitare, il primo master in giornalismo di settore.

Per queste ragioni mi sento di dire che Stefano ha creato l’unica vera scuola laica di giornalismo enogastronomico, capace di mettere insieme soggetti e menti diverse. Di affrontare con la stessa passione vicende e personaggi antitetici. Lui che non è mai stato un gastronomo tout court ma che proprio per questo, invece, ha saputo dar voce a talenti e perfetti sconosciuti. Da vero cronista, prima, editore poi. E tutti coloro che da questa scuola sono passati – consci o non consci di esserne parte – sono quelli che hanno poi messo le basi per una nuova critica, contribuito a creare un nuovo linguaggio. Hanno di fatto creato uno stile. Non è un caso se molti di loro, oggi, sono al lavoro come firme in luoghi e percorsi diversi, anche lontani. Capita però, spesso, che si ritrovino allo stesso tavolo a ragionare. Che, rincontrandosi, condividano pensieri o ritrovino basi comuni, portatori degli stessi valori senza poter avere più la stessa casa.

Questa di Bonilli è un’eredità preziosa che – mi viene da pensare – adesso dobbiamo usare tutti meglio.

2 commenti
  1. Luciano Linzi
    Luciano Linzi says:

    Manca tantissimo.Non mi capacito di non poter leggere i suoi illuminanti commenti.
    Così vado a rileggermi Papero Giallo,indietro negli anni..Ci sono così tanti spunti.Aveva visione.Bolasco ha ragione.Bonilli lascia un esempio da seguire e a cui ispirarsi.

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