La disfatta di Donostia

Bilancio di una sconfitta sul campo.

Un giorno di pausa, qualche telefonata incazzosa, un bel pezzo di Licia Granello che conferma quel che penso. E poi, nelle ultime ore, il relax della festa a Firenze per l’Espresso e qualche riflessione un po’ più accomodante, come quella di Squadrilli e Zanatta. Si prova a pensare, in maniera costruttiva, che non tutto sia andato poi così male, a San Sebastian. Eppure io, più ci penso, più credo che sia invece venuto il momento di fare autocritica profonda: abbiamo fatto una bella figuraccia e l’unica cosa costruttiva che possiamo fare è ammetterlo e cercare di ripartire da qui. La questione non è già la qualità delle singole “ponencias”, come si è affrettato a farmi notare qualcuno: certo che ce ne sono state di buone. Ma se ci mettessimo qui a fare distinzioni dimostreremmo ancora una volta quanto siamo incapaci di fare gruppo. La colpa non è certo di uno o pochi, è bene pensare che sia di tutti, compresi quelli che si sono limitati a guardare. Eravamo il paese ospite a Gastronomika, cazzo!

Il problema è che quest’Italia non ha saputo trasmettere un’identità né un messaggio chiaro: ovvero che quel che è successo da noi in questi ultimi anni è straordinario. L’Italia, come dice La Granello, “è unita dal filo rosso della qualità assoluta, del rispetto delle materie prime, delle cotture e dei condimenti che esaltano invece di mistificare, delle preparazioni che utilizzano le tecniche più ardite e moderne per regalare profumi e sapori ancor più netti, puliti, vergini”. Non abbiamo saputo sottolineare lavoro e conquiste, dire che godiamo di ottima salute. “Ahora te esplico porqué!” avrebbe detto un celebre critico di casa a San Sebastian, e noi avremmo dovuto essere capaci di entrare nel merito e raccontare in coro quali sono le basi culturali e tecniche che sono dietro alla nostra cultura materiale, e che ancora in pochi conoscono. Perché è inutile girarci attorno: questo hanno saputo fare in tanti negli ultimi anni, dagli spagnoli che si sono inventati una definizione di cucina “tecnoemozionale” agli scandinavi che sulla capacità di costruire teoricamente un modello nuovo si sono presi un enorme fetta di palcoscenico. O davvero pensiamo che sia questione di creatività o, peggio, di superiorità di una cucina su un’altra? Noi, invece, quello che abbiamo non siamo capaci di raccontarlo, di uscire dai cliché, di scegliere con coraggio, sbilanciandoci. Non sia mai: c’è sempre il rischio che qualcuno risulti più bravo di un altro. E questo sarebbe insopportabile. E così ci ritroviamo a parlare velocemente di riso nel paese degli “arroces” oppure spieghiamo la differenza fra una pizza napoletana e una romana ad una platea preparatissima, che a volte ne sa più dei relatori. Anche perché in molti casi questa stessa platea ha già viaggiato in Italia ammirando quello che sappiamo fare, e adesso si chiede perché siamo fra i meno capaci a raccontarlo.

E rieccoci al dunque: tutti intenti a pensare al proprio orticello pensando a quali piatti portare al congresso, senza neanche chiedere al collega quali avrebbe portato lui. Poca preparazione, assenza di coraggio nel partire davvero dai grandi temi identitari che ci contraddistinguono (magari per ribaltare stereotipi, perché no) e idee confuse. Alla fine gli applausi se li sono presi quasi tutti i due più giovani, Lorenzo Cogo e Matias Perdomo che hanno sentito sulle spalle ruolo e responsabilità nel salire su quel palco. E in qualche modo con la platea hanno saputo dialogare. “Vabbè, ma era la loro prima volta, ovvio che ci abbiano messo più energia”, obietterebbe qualcuno. Io dico di aprire gli occhi, piuttosto, perché se si ha poco da dire si può anche stare a casa. Il mondo corre veloce intorno a noi, altro che “Norte vs. Sud”…

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