Elogio del dubbio (il cibo è una certezza)

Qualche giorno fa, in un nuovo luogo di riflessioni alterate, ho scritto questa cosa:

“Arrivo tardi a raccontare di una mostra tra le più inquietanti che mi sia capitato di vedere. Tardi perché fa quasi un anno che a Venezia, nella rinnovata Punta della Dogana di struggente bellezza, è esposta ”Elogio del dubbio”, una raccolta a cura di Caroline Bourgeois focalizzata su opere che indagano la sfera del turbamento, la messa in discussione delle certezze in tema di identità. L’inquietudine, sentimento in chiave positiva in questo caso, ha rivelato ancora una volta la mia perversa attrazione verso tutto ciò che capovolge le prospettive ed annulla le certezze. Questo, perlomeno, è il brodo alterato in cui mi sono cotto, crescendo.

Conforto subito dichiarando che non mi arrampicherò, qui, sugli specchi di riflessioni artistiche che non mi sono proprie. Mi limito solo a ragionare della difficoltà di portare nel campo della cultura materiale questa capacità di mettersi in discussione.

Perché allora? Forse perché il cibo è una certezza? Perché mangiamo tutti, per nutrirci, e dunque il rapporto con il piatto passa attraverso codici e linguaggi difficili da ridiscutere? Sembrerebbe così, e in particolare la cosa riguarda la forma e le forme del cibo, visto che – perlomeno in Italia – è da qui che parte spesso la riflessione e la critica sulla cucina nuova. E alla fine è sempre meglio un piatto di tagliatelle, possibilmente fatte da mamma.

Capita, ricapita sempre più spesso (è successo anche all’Università di Pollenzo con brillanti studenti qualche giorno fa) che si discuta di nuova cucina con la paura di rovinare l’antico, la tradizione, l’origine, terrorizzati dal possibile rischio di mistificazione. Non volendo peraltro riconoscere al cuoco capace di produrre novità le qualità di un artigiano originale, o del creatore di idee nuove. Tutto questo evidentemente mette a rischio le certezze del nostro conosciuto. “Lo potevo fare anch’io” è il titolo di una bella dissertazione di Francesco Bonami sui temi dell’arte, e che come tale ho potuto comprendere solo in parte. Ma gli spunti sull’abbandono del pregiudizio sono tanti e buoni, così come mi è piaciuta l’idea di assaggiare le opere. Eppure anche Bonami sul cibo si ferma, e torna alle certezze. Citando polemicamente Ferran Adrià come esempio negativo. E qui mi fermo perché i conti non mi tornano. O forse non capisco io. Andrò a farmi un buon piatto di spaghetti.”

1 commento
  1. Piermichele Gamba
    Piermichele Gamba says:

    Quant’é difficile. Il mondo che ci circonda è tutto discutibile fin quando non si incidono le nostre intime certezze. “Lo potevo fare anch’io” è l’uovo di Colombo, è il taglio di Fontana, ma è anche la pacificazione del vanesio che sminuisce la pur semplice altrui idea grondando invidia per non averla avuta vista appunto l’incapacità di abbandonare il pregiudizio. “Lo potevo fare anch’io” è una semplice quartina che si ripete costantemente riprodotta nelle sue alterazioni e nei continui cambi dell’armonia, delle sezioni, del tempo. Una semplice quartina che pervade l’intera partitura, ossessiva e meccanica quel ta ta ta ta del destino che bussa alla porta, quel ta ta ta ta di radio Londra al tempo di guerra: quattro semplici note che diventano la quinta sinfonia di Beethoven forse l’incipit più conosciuto al mondo. “Lo potevo fare anch’io” è la ruota come la maionese, fondamentalmente rivoluzioni a basso grado tecnologico ma capaci di cambiare le cose. “Lo potevo fare anch’io” è Facebook. Ma il cibo è arte? no, è la cucina ad essere creatività ai limiti dell’ arte almeno per quella parte di genio che sta alla base di ogni cambio di prospettiva. Basta salire sul banco – diceva il professor John Keating – per vedere le cose sotto un’altra luce ed, al di là del talento, è il genio (o meglio ingegno) ad essere figlio della capacità di cambiare le prospettive, di saper estremizzare senza fanatismi, sovvertire senza eversioni. Se nella finzione Auguste Gusteau scrive “chiunque può cucinare” è altrettanto falso che chiunque possa creare e se “il rapporto con il piatto passa attraverso codici e linguaggi difficili da ridiscutere” non è tanto per la mancanza di proposte quanto per la difficoltà di recepire una forma d’arte gustativa che è invenzione, tecnica, chimica, fisica, passione e non solo nutrimento. E una mente aperta e critica è ancor più avvezza a trovare l’apoteosi in “un buon piatto di spaghetti”

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