Dal cestino del pane al pane di Bonci

Pensavo nei giorni scorsi, dopo aver trovato il “cestino del pane di Bonci” persino da Sora Lella all’Isola Tiberina, della piccola rivoluzione silenziosa avvenuta intorno al pane al ristorante. Che dice più di molte riflessioni e altrettante parole.

In sostanza siamo passati da una varietà di pani “farciti” (dal minimo sindacale del pane alle olive a quelli con i formaggi, il nero di seppia e chi più ne ha più ne metta) che costituivano ricchi e colorati cestini di pane, motivo di bonus sulle guide, ad una più essenziale scelta, fondamentalmente basata sul lievito. Un pane solo, da lievito madre, possibilmente fatto da un grande fornaio. E dunque non è neanche più necessario impegnare la partita di pasticceria del ristorante.

E Gabriele Bonci, quanto a cultura del pane, ha fatto la sua parte e reso l’interesse per l’essenziale un must per chi vuole proporre qualità. Siamo in attesa del suo libro, adesso.

1 commento
  1. Paolo
    Paolo says:

    Penso sia un buon segno. Non ho mai apprezzato i cestini di pane pieni di panetti diversi (alle olive, al pomodoro, alle noci, alle erbe amare, focaccina…) ma tutti invariabilmente caratterizzati da un identico forte odore di lievito di birra. In ogni caso rimane sempre importante non ricadere nel trito esercizio del citare un nome (Bonci o Eugenio Pol, per dirne due) o un processo (la lievitazione con pasta madre) così, tanto per citare, avvilendoli in un menù che non li valorizza.

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